Dichiarazione
di Franco Giordano sul decreto che prevede il ritiro dall'Iraq
Signor
Presidente, dopo anni di mobilitazione democratica e pacifista, l'Italia ritira
le proprie truppe dall'Iraq. Questo avevamo promesso al paese, questo avevamo
scritto nel nostro programma e questo è ciò che il Governo dell'Unione
concretamente dispone. Non resterà nessun nostro militare in quella terra
martoriata dalla guerra e dal terrorismo. Mi creda, presidente Casini, ne siamo
ben lieti. Dico sinceramente, da un punto di vista democratico, che, finalmente,
quella di oggi, la sua, è un'autocritica sulla politica estera del Governo
precedente.
Sa qual è la differenza tra noi e voi? Voi, ogni mese,
annunciavate il ritiro delle truppe dall'Iraq. Questo Governo, oggi, viene in
aula e lo fa concretamente con un disegno di legge (Applausi dei deputati dei
gruppi di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea e de L'Ulivo).
Si pone fine
- questa è una vera discontinuità - alla subalternità del
nostro paese ad una guerra dolorosa e crudele. Ci differenzia anche il nostro
giudizio su quella guerra. Come tutte le guerre è crudele, ma è
anche una guerra che ha fallito tutti gli obiettivi per i quali era stata proclamata.
Si sono alimentati i bacini dell'odio in cui, in modo perverso, sono cresciuti
il fondamentalismo e il terrorismo. È diventata sempre più vicina
la precipitazione nel baratro del conflitto tra civiltà. La politica è
stata annichilita dal fragore delle armi e da una semina di morte e di distruzione
che ha desertificato la partecipazione dei popoli e la costruzione della democrazia.
Tutta la regione mediorientale è stata destabilizzata. Questo è
il fallimento della politica americana e della strategia della guerra permanente
di Bush. Ha avuto ragione ieri, il ministro D'Alema, ad affermare esattamente
tutto ciò.
C'è una crisi come non accadeva dal 1990 tra
Israele e Palestina. Il Libano è sull'orlo di una guerra civile ed è
stato invaso da Israele. Siria ed Iran sono al massimo della tensione nelle relazioni
della regione con il mondo. La Palestina è allo stremo.
Stiamo pagando
un prezzo altissimo per le scelte del Governo Bush. Ora, bisogna fermare il conflitto,
far cessare il fuoco, riaprire la via negoziale, fermare l'offensiva israeliana,
rilasciare, per questa via, prigionieri ed ostaggi. L'interposizione dell'ONU
deve essere finalizzata alla sola protezione dei civili e dei confini, peacekeeping
ai confini tra il Libano ed Israele, a Gaza e in Cisgiordania. Tutti devono essere
coinvolti alla costruzione del negoziato. Basta con gesti ed azioni unilaterali.
Il movimento per la pace si è opposto, dentro l'onda lunga del
movimento contro la globalizzazione neoliberista, a questa drammatica escalation
di distruzione e di arretramento politico e culturale e ci ha proposto la vera
alternativa al precipizio della guerra di civiltà. La nostra internità
a questo movimento e il contemporaneo riconoscimento della sua autonomia e della
forza della sua cultura politica ci fanno dire che niente può giustificare
una guerra, poco importa se fatta unilateralmente o in forma multilaterale. È
questo per noi il valore straordinario dell'articolo 11 della nostra Costituzione.
Questo Governo ha ereditato un paese già coinvolto in diversi scenari
di guerra. Noi ci stiamo battendo per avviare processi di pace.
Non abbiamo
condiviso e non condividiamo la guerra in Afghanistan: lo ha ribadito limpidamente
in questa sede il ministro degli affari esteri D'Alema e lo vogliamo ringraziare.
La nostra opzione politica resta quella del ritiro delle truppe.
Oggi, sappiamo
che questa opzione è prevalente nella società italiana e non solo
nel movimento pacifista.
Ma nell'Unione vi sono opinioni diverse, contrastanti.
Per questo motivo, abbiamo lavorato limpidamente al raggiungimento di una mediazione
che rifiutasse il prevalere di una logica di maggioranza all'interno dell'alleanza
di Governo o la semplice riproposizione della logica bipartisan anche in materia
di politica estera.
Proprio sulla politica estera vogliamo dare il segno
del rinnovamento e della discontinuità, un rinnovamento che ci è
richiesto dalla società italiana. È una mediazione dalla quale far
ripartire l'iniziativa del movimento della pace. Questa nostra mediazione ha impedito
lo scambio, che pure è stato proposto all'Italia dagli Stati Uniti d'America
e dalla NATO, dopo l'uscita dall'Iraq, di dislocare più mezzi e uomini
in Afghanistan. In fondo, aveva fatto così anche Zapatero, il cui ritiro
dall'Iraq è stato unanimemente apprezzato nel mondo pacifista.
I nostri
militari non sposteranno la loro area di intervento al sud, dove il conflitto
si fa sempre più aspro e pericoloso, non muteranno la regole di ingaggio
e sarà adottato il codice penale militare di pace al posto di quello di
guerra.
Per la prima volta, compare uno stanziamento per il Darfur, paese
in cui è in corso una tragedia umanitaria e che non riesce ad avere una
centralità nella comunità internazionale solo perché lì
non si concentrano gli interessi geopolitici statunitensi.
Con la mozione,
che è parte integrante di questo accordo di maggioranza, abbiamo provato
a tracciare le linee programmatiche delle nostre missioni, in particolare quelle
in Afghanistan, con la costituzione di un comitato parlamentare di monitoraggio
al quale associare organizzazioni non governative e pacifiste in grado di stimare
l'evoluzione concreta della situazione afgana, valutando l'ipotesi di un superamento
di Enduring freedom e la possibilità di ridiscutere nelle sedi internazionali
la nostra presenza in quel territorio. Si profila, così, l'avvio di un'altra
politica estera del paese, diversa e alternativa a quella del Governo precedente.
Bisogna continuare su questa strada, e andare oltre.
In questi giorni, abbiamo
interloquito nel pieno rispetto delle autonomie con il variegato arcipelago pacifista.
Ma è anche il Governo, in tutte le sue articolazioni, che deve sentire
questa interlocuzione come la bussola della propria iniziativa, come il riferimento
costante di una nuova grammatica di relazione tra i popoli e gli Stati.
Come
potrebbe, d'altronde, il nostro paese non usare questo vocabolario di pace, immerso
così com'è nel mare Mediterraneo, crocevia di ricche relazioni con
i paesi che si affacciano sull'altra sponda? Sono la stessa posizione geografica,
la nostra storia, la nostra identità culturale, che i Governi delle destre
hanno cercato di stravolgere e snaturare, che ci hanno fatto contrastare ogni
dissennata pretesa di primazia della civiltà occidentale, preludio culturale
dello scontro di civiltà.
Colleghi delle destre, in questi anni avete
sistematicamente (e ne abbiano avuto echi anche or ora in quest'aula) costruito
la paura del nemico esterno - l'Islam, i migranti e tutto quello che vi appariva
diverso - per costruire un'identità regressiva e conservatrice sul piano
culturale e sul piano politico e una totale subalternità agli interessi
americani.
Noi investiamo sulla pace per costruire una società
solidale e alternativa sul piano culturale e rivendicare l'autonomia e la dignità
del nostro paese. Noi speriamo e lavoriamo affinché l'agenda politica di
questo paese sia cambiata radicalmente, e sia cambiata dalle iniziative di pace.
Chiediamo a questa agenda politica che al primo posto ci sia scritta proprio quella
parola: la parola pace.