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Io dico che possiamo evitare le lacrime e il sangue
di Alfonso Gianni

Sarebbe inutile, oltre che sciocco, nascondere che la decisione ormai maturata da parte del ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa di effettuare una manovra correttiva entro luglio, sta incontrando una diffusa opposizione in campo sociale, in particolare da parte dei sindacati dei lavoratori, preoccupati che questa non si risolva in tagli alla spesa e in un aggravamento delle condizioni dei cittadini a reddito fisso. Diverse sono le rassicurazioni che provengono dalla Presidenza del Consiglio, ma esse finora non sono state sufficienti a fugare dubbi e perplessità che vi sono anche all’interno del governo.
La lunga intervista rilasciata ieri al Sole24 0re da parte di Padoa Schioppa ha certamente il merito di chiarire meglio il punto di vista dell’autorevole Ministro e quindi il dibattito può tranquillamente avvenire in condizione di migliore trasparenza. Il confronto aperto e sincero, anche su posizioni diverse all’interno del governo, rafforza e non indebolisce quest’ultimo, perché dimostra la serietà con cui si procede per la soluzione dei problemi.

Padoa Schioppa afferma giustamente che “i compiti della politica di bilancio sono: stabilizzare l’economia, ridistribuire reddito, allocare le risorse”. Benissimo, ciò che propongo è che l’equilibrio fra sviluppo e rigore, di cui diffusamente parla il programma dell’Unione, venga ricercato e praticato attraverso la stabilizzazione del debito, anziché il suo rapido abbattimento.

Questo è certamente elevato e da molto tempo, ma mi pare che le stesse conclusioni cui giunge la Commissione Faini, incaricata di fare luce sullo stato effettivo dei conti pubblici, non siano poi così drammatiche come era stato paventato.

Il tendenziale del rapporto fra deficit e Pil si situa infatti al 4,1%, valore che è comunque certamente superiore a quanto il precedente governo aveva promesso di ottenere e che dunque non assolve quest’ultimo. Nell’intervista il Ministro dell’Economia proclama la necessità di “approvare già quest’anno il complesso delle correzioni che ci porteranno sotto il 3%”, in modo da rispettare virtuosamente i vincoli di Maastricht. In effetti, se la prevista manovrina sarà di 10 miliardi, essa sarà pari allo 0,7% del Pil, il che significherebbe portare immediatamente il rapporto tra deficit e Pil al 3,4%.

Mi domando francamente se tutta questa fatica sia proprio necessaria, quando invece basterebbe un rapporto fra deficit e Pil del 3,7% per stabilizzare il debito. In effetti lo stesso Padoa Schioppa aveva solo pochi giorni fa dichiarato che non sarebbe stata necessaria una manovrina, ma sarebbe bastata un’applicazione rigorosa della legge finanziaria in vigore decisa dal precedente governo, per ottenere un simile risultato.

Il cambiamento di idea appare dunque strano, soprattutto dopo le conclusioni della Commissione Faini e soprattutto alla luice delle notizie che cominciano a pervenire dal mondo dell’economia reale, secondo le quali, stando alle rilevazioni Istat e Eurispes, si profilerebbe nel nostro paese una ripresa economica e produttiva, ancorchè fragile. Secondo le rilevazioni nel primo trimestre del 2006, il Pil sarebbe cresciuto dello 0,6% sul piano congiunturale e dell’1,5% sul piano tendenziale.

E’ lecito perciò dubitare della strada che il ministro dell’Economia vuole fare intraprendere al Paese. Soprattutto se essa si dovesse accompagnare alla prosecuzione della moderazione salariale in atto da tempo, che Padoa Schioppa consiglia ai sindacati di continuare a praticare.
Si può invece scegliere una diversa via: stabilizzare il debito (il che comunque comporta un certo controllo sulla spesa per evitare di aumentarlo); ricontrattare in sede europea le condizioni e i tempi del rientro, come hanno fatto altri Paesi europei; scommettere con tutte le energie sulla ripresa economica e produttiva per irrobustirla; favorire l’incremento delle retribuzioni e quindi il rilancio dei consumi interni.

Di questo il Paese ha soprattutto urgente bisogno. Verso questa strada va indirizzata la stessa misura di riduzione del cuneo fiscale, che deve anteporre l’obiettivo di fare pervenire finalmente qualche soldo in più nelle tasche dei lavoratori a quello di essere rigorosamente selettiva rispetto alla tipologia delle imprese, ma inefficace socialmente. In sostanza sono convinto che la prima risposta da dare sia quella verso la soddisfazione di quella grande massa di bisogni elementari inevasi per insufficienza o mancanza di reddito spendibile in grandi aree della popolazione.

So bene che una linea di questo genere ci espone a qualche rischio, ma non del genere che ci viene agitato davanti come uno spauracchio. Non credo al pericolo di declassamento del debito o addirittura di default per il nostro paese. In un sistema monetario unico, quale è quello europeo, il rischio-paese, sul modello Argentina ad esempio, mi pare assai poco fondato.

E comunque chi non risica non rosica, soprattutto in campo economico e se dobbiamo stupire qualcuno, facciamolo proprio nel senso che ho cercato di tracciare.

Se invece, come del resto pare, si vuole a tutti i costi perseverare verso una manovra correttiva, almeno che questa non si abbatta sui redditi più bassi. C’è chi guarda al modello tedesco. Ma è evidente che la strada dell’incremento dell’Iva va preclusa. Se questo fosse limitato ai generi di lusso darebbe un gettito trascurabile, se venisse allargato ai generi di largo consumo, provocherebbe inevitabilmente un incremento dei prezzi tale da ridurre ancora il valore reale delle retribuzioni. Nel primo caso sarebbe inutile ai fini dichiarati, nel secondo socialmente dannoso.

Trovare la quadra tra diminuzione immediata del deficit e equità sociale non è dunque facile nei tempi brevi e nel contesto legislativo di una manovra correttiva. Ancora più difficile è coniugare riduzione del deficit con misure di sviluppo economico. Infatti gli interventi sulle varie forme di evasione e elusione fiscale devono avere un carattere strutturale per produrre effetti reali che comunque non sono raggiungibili in tempi così brevi.

Qualche buona proposta comincia già a circolare, all’interno della maggioranza di governo, sul versante delle modalità della riduzione di spesa e soprattutto su quello dell’incremento delle entrate a tempo breve. Sostenere, come ho cercato di fare, la linea della stabilizzazone del debito non ci esime, anzi ci impone, di trovare il modo socialmente più equo perché la eventuale manovrina - che considero una subordinata e non una decisione obbligata - si determini senza produrre gravi effetti collaterali.


RIFONDAZIONE COMUNISTA