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Un’Europa coraggiosa per la tragedia palestinese
di Simone Fusco (da Rosso di Sera)

L’informazione ha un ruolo cruciale nel conflitto tra Israele e Palestina. Barghouti: “La verità sulla situazione è spesso carente. Se aiutate noi aiutate gli israeliani”. Salman: “Hamas ha vinto perché ha fallito la politica”. Amato:“L’Europa non può essere un ectoplasma”

L’informazione e il conflitto arabo-israeliano con al centro la questione palestinese, questi i temi affrontanti in un dibattito promosso dall’associazione Associa, alla quale hanno partecipato Mustafa Barghouti, già ministro dell’informazione dell’Autorità Nazionale Palestinese e Segretario del Palestinian National Iniziative, Yousef Salman, Ali Rashid, Fabio Amato, ed altri coordinato da Francesco Piccioni.
“Ho visto tanta gente in Italia e ho avuto tanta solidarietà, ma sento che la verità sulla situazione è spesso carente o totalmente stravolta”. Così ha esordito Barghouti, che evidenzia come sulla questione palestinese spesso si dimentichi di dire che c’è un problema di diritti umani. “C’e una situazione in cui da oltre sessant’anni, le persone sono state private di tutto. C’è una nuova forma di colonialismo che è quella di Israele nei confronti della Palestina.” Parla quindi di una situazione di apartheid, molto simile a quella sudafricana. “Mandela è stato in prigione per 27 anni ed era un record, da noi ci sono persone in galera da più di 30 anni, 11mila prigionieri politici. Se questo succedesse in un’altra parte del mondo sarebbe considerato gravissimo”. Eppure a sentire i giornali, le radio e le tv di tutto il mondo la questione sembra molto diversa. “La narrazione israeliana si basa su tre punti: la disumanizzazione dei palestinesi, la delegittimazione dei palestinesi, e far passare gli israeliani come le vittime”. E non sembra essere cruciale Hamas, perché da poco sulla scena politica, quindi la volontà è mancata in molte altre occasioni. Barghouti fa una ricostruzione storica sistematica. “Si guardi alle proposte per un accordo di pace: nel 1947 ai palestinesi era riservato il 45 per cento del territorio, nel 1967 il 23 per cento, nel 2000 il 18 per cento e nel 2005 solo l’11 per cento. Questa è la vera narrativa. Il fatto è che Israele non vuole la pace vogliono la terra e non vogliono accordi.” A questo si sono aggiunti 500 check point, e poi per motivi di sicurezza è arrivato il muro che “non separa Israele dalla Palestina, ma i palestinesi da altri palestinesi”. Negli ultimi sei anni sono stati uccisi 359 bambini, ovvero quattro a settimana. 20mila bambini sono stati feriti, 1500 sono disabili permanenti e ancora 70 donne palestinesi hanno partorito nei check point, cinque sono morte durante il parto e il 35 per cento di questi bambini sono già morti. Un tasso di mortalità altissimo. L’acqua sta diventando per intero una proprietà degli israeliani, (su 936 m3 di acqua disponibili solo 136 sono per i palestinesi). Questo ha effetti concreti sulla vita di tutti i giorni. In una cittadina di 45mila persone c’è il muro vicinissimo alle case, c’è un cancello dal quale ogni giorno bisogna passare per andare al lavoro e la chiave ce l’hanno i militari israeliani nelle loro tasche. “Se questa non è apartheid cosa è questa?”. Una domanda che Barghouti ripropone molte volte, mentre mostra video di una casa distrutta, di un mercato che ora non esiste più, di un cancello dove centinaia di bambini aspettano l’apertura che avviene solo 15 minuti al giorno. E poi un check point dove una donna militare israeliana picchia tre bambini e poi gli sputa addosso. “Solo esempi di quello che succede tutti i giorni”. Ma la forza delle parole di Barghouti sta nel riproporre una battaglia non violenta, nella richiesta di aiuto da parte della comunità internazionale che però: “non ci deve mandare dei diplomatici, ne abbiamo già molti, ma bisogna dar vita ad un grande movimento di sensibilizzazione contro l’apartheid. Non vogliamo essere vittimismi, ma siamo determinati a resistere e a liberare i palestinesi.” In fondo: “Se aiutate noi aiutate gli israeliani, perché gente che opprime è oppressa da se stessi.”. E’ intervenuto anche Yousef Salman, delegato della Mezzaluna Rossa Palestinese in Italia, il quale sostiene oltre alle parole di Barghouti che l’Ue ha grosse responsabilità. “Oggi c’è Hamas – dice Salman – che ha vinto perché ha fallito la politica.” A conclusione dei lavori è intervenuto Fabio Amato, responsabile esteri del Prc: “Questa è una delle più brutali occupazioni del XX secolo, e che ancora non è stata risolta. La comunicazione e l’informazione svolgono un ruolo cruciale, infatti, in particolare dopo l’11 settembre, bisogna far passare solo l’immagine del palestinese terrorista per alimentare l’industria della guerra”. E su questo diventa fondamentale il ruolo dell’Europa che “non può essere un ectoplasma, può fare molto ma deve avere coraggio”. Allo stesso tempo, dice Amato, bisogna essere onesti e dire che “Hamas ha perso nell’elemento parziale dell’integralismo Fatha nell’accettare il potere”. Moltiplicare quindi le forme di controinformazione e un maggiore spazio per tutta la società civile fatti di palestinesi e di israeliani che vogliono la pace, e si impegnano perché diventi realtà. L’Europa non può rimanere sorda a queste richieste.



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