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La favola del Paese spaccato a metà
L’Unione ha la forza per governare 5 anni


Sergio Boccadutri* (da Liberazione)

Cosa è accaduto il 9 e 10 aprile? Certo, Berlusconi ha perso. L’abbiamo letto tante volte su queste stesse pagine, ma lo stesso Berlusconi ha ribadito più volte, da allora, che la sua sconfitta non c’è stata, che il paese è spaccato a metà.
Una lettura politica che insinua il dubbio sulle possibilità dell’Unione di governare con continuità per cinque anni, un dubbio fondato non su una debolezza interna della coalizione, ma su una debolezza oggettiva nei confronti dell’opposizione.

E’ davvero così? Vediamo.

1. Il centro sinistra, per la prima volta dalla comparsa del Cavaliere sulla scena politica (quindi da oltre 10 anni), ha ottenuto la maggioranza assoluta nelle elezioni politiche. Anche nel 1996 la vittoria fu assicurata dalla legge elettorale vigente allora, che assegnava il 75% dei seggi con l’uninominale maggioritario, mentre i seggi restanti erano assegnati sulla base del dato proporzionale di ciascun partito. Nel 2001 la Cdl ottenne il 52,2% dei suffragi mentre i partiti che oggi compongono la coalizione dell’Unione si fermarono al 46,8%; insomma anche in quel caso l’elettorato aveva espresso una maggioranza non schiacciante seppure meno ravvicinata di oggi, a causa della presenza di posizioni terze (molto piccole) che nel 2006 sono quasi del tutto sparite. Eppure, nonostante quel risultato, la Cdl ha governato cinque anni ricorrendo in modo spropositato allo strumento della fiducia, e rimescolando più volte l’intera compagine governativa.

2. Complessivamente i partiti dell’Unione hanno aumentato di oltre un milione e seicentomila voti il consenso, mentre la Cdl ha perso almeno quattrocentomila voti. Considerando che hanno votato alle scorse politiche 1.025.000 cittadini in più rispetto al 2001, appare evidente che l’Unione è andata ben oltre il recupero dell’astensionismo precedente. Si tratta di un dato importante che rivela come la delusione per il governo Berlusconi si sia espressa in maniera “attiva”.

3. Forza Italia si conferma un partito da record, è il primo partito, ma anche l’unico grande partito ad aver perso un enorme numero di voti rispetto alle elezioni del 2001: quasi un milione e novecentomila voti; una parte è rimasta dentro la Cdl, mentre un’altra parte è confluita sul centrosinistra. In termini percentuali la caduta è di almeno il 6%. Si tratta di una sonora sconfitta di Berlusconi, e se Fi nel 2001 aveva la maggioranza assoluta all’interno della Cdl (quasi il 30% sul 52,2%) oggi si è fermata al 23,7% sul 49,7%.

4. Tra gli esordienti al voto la stima indica che l’Unione stravince col 55% dei consensi. Si tratta di un dato importante che tutta la coalizione deve saper valorizzare. La mappa regionale del voto giovanile evidenzia come tra i giovani l’Ulivo sia sempre avanti anche nelle regioni in cui il voto degli over 25 è assegnato al centrodestra; in controtendenza solo Veneto, Lombardia e Sicilia. Senza il contributo dei giovani elettori oggi saremmo a leccarci le ferite di un’altra sconfitta. Un voto determinato dalla delusione di fronte alle false promesse di un futuro migliore e dalla crescita dell’incertezza materiale, di una condizione che se non è ancora vissuta direttamente si aggira come uno spettro in una trama di relazioni e amicizie sempre più larga. Ma non ci troviamo di fronte ad una delega in bianco: per questo è importante che il nuovo governo dia immediatamente una risposta forte alla richiesta di cambiamento che quel voto ha espresso. Si tratta di aggredire con efficacia il problema della precarietà, di rimettere mano al ruolo della scuola pubblica e della formazione (gli esordienti al voto sono proprio tra quelli che in questi anni hanno contestato la legge Moratti), e di ricostruire un’idea più partecipata della politica, ripensando in questa direzione il ruolo delle istituzioni stesse a partire da quelle locali.

5. Interessante è la comparazione della distribuzione territoriale del voto tra le elezioni del 2001 e le recenti politiche. Infatti da qui si evince come la vittoria dell’Unione sia il risultato di un vero e proprio ribaltamento del consenso generale, un’inversione in 12 regioni su 19 (la Valle d’Aosta è esclusa per via del sistema elettorale), mentre è del tutto evidente una perdita di consenso della destra, anche in Puglia e Sicilia dove pure la Cdl è rimasta maggioranza, in alcuni casi davvero incredibile come in Calabria, Campania, Sardegna. Nelle regioni rosse questo scostamento è naturalmente minore: in questo caso l’elettorato aveva votato in precedenza e con forza per il centrosinistra. Mentre l’affermazione della destra in Lombardia, Veneto, Puglia e solo in parte in Sicilia (dove probabilmente hanno giocato anche altri fattori, tra i quali le ravvicinate elezioni regionali) si potrebbe spiegare con la sensibilità di parte di quel voto popolare riguardo a temi quali la proprietà della prima casa o la tutela dei risparmi in titoli di Stato o fondi di investimento, argomenti sui quali il centrosinistra è stato spesso confuso.

Da questi 5 punti, si evince quindi come la teoria del paese spaccato a metà sia una favola. Certo un’analisi più approfondita sarà possibile elaborarla nel momento in cui saranno a disposizione dati scorporati anche a livello di sezione elettorale. In ogni caso il paese ha scelto chiaramente chi deve governare il Paese per i prossimi cinque anni, e lo ha fatto avendo valutato (questo ci dice il voto nel Mezzogiorno) le conseguenze economiche e politiche del governo Berlusconi, una valutazione sedimentata nel tempo, contro la quale il Cavaliere ha mobilitato tutto il suo apparato ideologico e comunicativo, recuperando in parte la sicura astensione di un’alta percentuale di delusi che mai avrebbe votato il centrosinistra.

Insomma, le premesse di consenso alla stabilità del governo dell’Unione ci sono tutte; altro discorso vale per quelle politiche che qui non affrontiamo. La sfida inizia da domani con il lavoro per l’applicazione del programma di governo.

*coordinatore area organizzazione Prc


RIFONDAZIONE COMUNISTA