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Le contraddizioni esistenti nella politica del PdCI sono esplose nei giorni scorsi a seguito della intervista data da Cossutta al Corriere della Sera e hanno aperto una crisi in questo partito che non potrà essere sanata con qualche compromesso di facciata. Non riprendiamo i temi che sono già stati oggetto di nostre precedenti analisi, e che ci sembrano largamente verificati nelle vicende di questi giorni. Il fatto politicamente rilevante è il rapidissimo esaurirsi della prospettiva della lista Arcobaleno, la cosiddetta "bicicletta" fondata sul patto tra i Verdi e il PdCI, in vista delle prossime elezioni politiche. Lo sfilarsi del partito di Pecoraro Scanio da questa opzione, ha interamente confermato le tesi di chi vi vedeva una operazione dal contenuto politico assai modesto. Chi si fosse preso la briga di seguire le diverse dichiarazioni pubbliche dei vari soggetti coinvolti progetto, poteva cogliere una vera e propria babele di argomentazioni e di motivazioni contrastanti tenute insieme da un generico appello all'unità. Determinante nel far fallire l'Arcobaleno è stato il cambio di legge elettorale, ma sicuramente anche l'esito delle primarie dell'Unione con il pessimo risultato ottenuto da Pecoraro Scanio che ha indotto i Verdi a non azzardare un connubio con Diliberto e Cossutta, i cui benefici politici ed elettorali erano in realtà molto incerti. Ma se i Verdi possono comunque giocare su due diverse opzioni, integrarsi in un lista unitaria dell'Ulivo o puntare con buone probabilità a superare la soglia del 2%, chi è rimasto col cerino in mano da tutta la vicenda è sicuramente il PdCI. Il partito di Diliberto e Cossutta aveva scommesso sull'Arcobaleno non tanto per garantirsi qualche seggio in più nella quota proporzionale, quanto per sottrarre a Rifondazione Comunista il ruolo di principale punto di riferimento dell'area di sinistra all'interno dell'Unione. Inoltre contava di fornire una sponda politica alla confluenza nella maggioranza della CGIL, dalla componente dell'apparato guidata da Patta. Fallita abbastanza miseramente l'operazione Arcobaleno, per il PdCI si apre una fase molto difficile perché le prossime elezioni non garantiscono il raggiungimento della soglia del 2% per l'ingresso alla Camera dei Deputati. Solo al Senato potrebbe contare sul quorum in un paio di Regioni. L'esclusione dal Parlamento metterebbe in discussione la stessa sopravvivenza del partito. Ma con la nuova legge elettorale l'eventuale fallimento del PdCI potrebbe persino mettere in forse la vittoria dell'Unione nei confronti del centro-destra. Si avrebbe così un autentico paradosso: un partito nato per salvare Prodi in nome della paura della destra, sarebbe determinante nel consegnare il governo nuovamente a Berlusconi. Pubblicamente Diliberto e i suoi si dichiarano convinti di poter superare la soglia del 2% basandosi sulle percentuali ottenute nelle europee del 2004 e nelle regionali del 2005. In realtà i rischi sono notevoli. I sondaggi collocano il PdCI ormai stabilmente tra l'1,5 e l'1,7%. E anche se la loro affidabilità è limitata, possono influire sull'elettore incerto che sarebbe pienamente consapevole del rischio di buttare il proprio voto. Anche i dati elettorali delle precedenti elezioni collocano questo partito in una zona a rischio. Per quanto è possibile prevedere occorreranno almeno 850.000 voti per essere ragionevolmente sicuri di superare la soglia. Il PdCI non ha mai raggiunto questa cifra. Nelle precedenti politiche era di poco sopra ai 600.000 voti ed anche nelle europee del 2004, quando ha ottenuto il miglior risultato dalla sua fondazione, ha raccolto solo 780.000 voti. E' questa consapevolezza che probabilmente ha spinto Cossutta a rilasciare l'intervista al Corriere della Sera, per cercare di giocare l'ultima carta disponibile nel confronto con i Verdi, la rinuncia al simbolo. Un calcolo che gli si è rivoltato contro, perché con le sue dichiarazioni sul "comunismo che non c'è più" ha fatto esplodere la contraddizione difficilmente risolvibile per il PdCI, tra spregiudicatezza politica necessaria a far sopravvivere "la ditta" e retorica identitaria che ne copre il vuoto di pensiero e di strategia. Con la crisi di questi giorni sono saltati gli equilibri della diarchia Diliberto-Cossutta, sono venute alla luce pubblicamente le differenze di posizioni esistenti nel partito, tenute finora coperte dal meccanismo burocratico-autoritario del "centralismo democratico", ma soprattutto si stanno registrando gli effetti di alcune pesanti sconfitte politiche subite in questi mesi. Non c'è solo il fallimento della lista Arcobaleno, rispetto alla quale non è prevedibile alcuna riflessione critica, ma anche il clamoroso errore commesso sulle primarie. Per mesi Diliberto ha parlato di carnevalata, pagliacciata, americanata e tutto quello che di insultante e sprezzante poteva dire su questo strumento. Mentre il segretario del PdCI andava in Cina, oltre quattro milioni di elettori dell'Ulivo partecipavano con grande entusiasmo e passione alla scadenza elettorale interna dimostrando di considerarla ben altro che una carnevalata. Anche in questo caso totale assenza di riflessione sul significato di quanto accaduto e sull'errore madornale compiuto. Inoltre il PdCI allineatosi alla campagna per Prodi, svolgendo un ruolo del tutto subalterno, ha lasciato il campo del confronto politico a Bertinotti e a Pecoraro Scanio. Ci sono state poi le elezioni comunali di Bolzano, nelle quali il PdCI si è presentato da solo in polemica con il "moderatismo" della coalizione di centro-sinistra. Il tentativo di ricollocarsi "a sinistra" di Rifondazione, dopo aver condotto per anni una polemica "da destra" contro il "massimalismo", "l'estremismo" e quant'altro di Bertinotti ha avuto un esito disastroso. Tra maggio e novembre il PdCI ha dimezzato i propri voti e ha perso l'unico consigliere comunale che aveva. La scelta compiuta a Bolzano così come la decisione, rumorosa ma politicamente ininfluente, di abbandonare il tavolo programmatico dell'Unione sulla politica estera sembrano indicare un tentativo di modificare la collocazione del PdCI all'interno del centro-sinistra. Assente dalla campagna delle primarie, aveva una indubbia esigenza di recuperare una qualche visibilità. Ma il rischio di inviare segnali contradditori agli elettori è palese. Il partito che è rimasto al governo quando il centro-sinistra partecipava alla guerra e bombardava la Jugoslavia per "senso di responsabilità", rompe con l'Unione nel momento in questa decide - seppure con qualche contraddizione - di sfilare l'Italia dalla partecipazione ad conflitto. Dopo
la resa dei conti in Direzione che ha indebolito Cossutta e sancito il primato
di Diliberto negli equilibri di potere interni, il PdCI non sa più bene
che strategia perseguire e a quale elettorato rivolgersi. Ha deciso che si terrà
la falce e martello, ma un simbolo non fa una politica. Insomma, sotto il vestito
niente? | |
| RIFONDAZIONE COMUNISTA | |