| Damiano,
o cambi l'accordo o noi non lo votiamo di
Walter
De Cesaris*
C'è
una questione di metodo che è di sostanza. Non possiamo girarci attorno
e non possiamo eluderla. La questione chiama direttamente in causa i rapporti
nella maggioranza e dentro il governo. I fatti parlano chiaro. Sullo scalone,
è stato chiuso un accordo negativo. La posizione con la quale il governo
ha svolto la fase finale convulsa di quella trattativa non è stata concordata
dentro la maggioranza. Susseguentemente, il ministro Damiano ha concluso un accordo
con le parti sociali sul mercato del lavoro, i cambiamenti da effettuare sulla
legge 30, incentivi e così via. Anche in questo caso, il ministro si è
mosso senza aver concordato, né in sede collegiale di governo, né
in sede politica, le misure da sottoporre al tavolo del negoziato.
Basterebbe
questa considerazione, per semplice e banale che sia, per affermare che le posizioni
che il governo ha assunto non ci impegnano. Il fatto, poi, che il Presidente Prodi
abbia voluto celebrare quegli accordi vantandone la continuità con la concertazione
del 23 luglio del 1992, è un aggravante, un motivo in più, anche
per ragioni più generali, per affermare che non sono stipulati in nostro
nome. Quindi, lavoreremo nel Paese e nel Parlamento per cambiarle.
Le parole
possono essere pietre. Non si tratta di fare gli spacconi o di fare minacce al
vento. Le parole vanno misurate e io le misuro attentamente per quelle che sono.
Il ministro Damiano sostiene che l'accordo sul mercato del lavoro non è
modificabile? La nostra risposta è molto semplice e non abbiamo bisogno
di urlarla. O è modificabile e si modifica oppure non avrà il nostro
voto. Semplice, chiaro e diretto. C'è, infatti, una questione più
di fondo. La si può chiamare il problema della collegialità o come
si vuole. Il punto è chi e come decide dentro la maggioranza e dentro il
governo.
Noi
abbiamo contestato l'idea e la pratica di una tolda di comando riformista cui
poi gli altri, recalcitranti o meno, seguono. O c'è una condivisione, anche
un compromesso dopo una discussione comune, oppure salta la possibilità
di una intesa. Chi persegue la rottura e lavora per consumarla è chi vuole
imporre una linea che non è condivisa e non è conseguente a quello
che dice il programma che tutti assieme abbiamo sottoscritto. Bisogna dire la
verità ovvero che l'offensiva del Partito Democratico dentro il governo
sta portando alla dissoluzione dell'Unione e alla crisi. Non possono esistere
due pesi e due misure. I centristi dell'Unione possono tranquillamente fregarsene
di quello che hanno sottoscritto nero su bianco e affermare che una legge sulle
unioni civili non passerà mai. Sembra che ciò non determini alcuno
scandalo. Ne dovremmo semplicemente prendere atto e, infatti, nessuno si permette
di compiere alcun affondo. Si, c'è un iter legislativo, ma, nella pratica,
è su un binario mezzo morto. Lo stesso, più o meno, succede per
il disegno di legge che deve sostituire la Bossi Fini e altro ancora che, in misura
più o meno precisa, è comunque lungo le linee tracciate nel patto
che l'Unione ha stabilito con il suo popolo.
Non è, naturalmente,
in questione lo sforzo fatto per portare a casa comunque dei risultati. Il caso
delle pensioni è emblematico. Non dobbiamo sottacerli perché sono
il frutto di un braccio di ferro tutto giocato sulla politica da parte di Rifondazione
Comunista e degli scioperi operai direttamente convocati dalle fabbriche e con
il supporto decisivo della Fiom, in assenza di un conflitto da parte del sindacato
confederale che non ha effettuato alcuna pressione di mobilitazione. Se vi è
stato qualche risultato è stato grazie alla convergenza di quei due fattori.
Ma
questo non cambia il dato politico di fondo e non muta il segno regressivo socialmente
delle decisioni assunte e degli accordi stipulati. Anzi, assistiamo pure al gioco
delle tre carte del ministro che rimette in discussione anche quello che di buono
vi era nell'accordo. Il punto è cosa fare, adesso. Siamo
in un passaggio decisivo e drammatico. La sinistra rischia di essere spazzata
via, non nella prospettiva futura della capacità di rifondarsi, ma qui
e ora se non è in grado di aprire un conflitto vero, deciso e fino in fondo
su questi temi brucianti dell'attualità. Parliamoci chiaro. Questo ci riguarda
direttamente perché è messa in gioco la nostra autonomia. Non è
una partita a scacchi, né il gioco a chi rimane alla fine il cerino in
mano. Qui sta il senso dell'offensiva sociale dell'autunno, della manifestazione
nazionale unitaria e della consultazione popolare che intendiamo promuovere come
un vero evento partecipativo. Noi non ci faremo chiudere nell'angolo in cui la
scelta che ci rimane è la corda con cui impiccarci: o la subalternità
di chi recalcitra e poi beve o la chiusura settaria in una protesta senza sbocco,
ugualmente incapace di incidere e produrre risultati. Sarà una offensiva
unitaria e di popolo. Deve avere contenuti precisi anche di modifica degli accordi
che una parte del governo ha fatto, arrogandosi il diritto a parlare in nome di
tutti. Deve avere un obiettivo politico: una nuova stagione politica riformatrice
fino a rivedere i rapporti dentro la maggioranza e il governo. Una offensiva senza
ipocrisie e senza reti di protezioni. Nulla può essere escluso e l'esito
non lo si scrive in precedenza. E' così in tutti i conflitti veri. *Segreteria
Nazionale Prc-Se
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