L'
« Urlo » di Delbono (dalla
Gazzetta di Parma del 19 marzo 2005) «
Il teatro deve essere sempre e comunque un grido. Il teatro non va visto solo
con il cervello, ma con il cuore, con lo stomaco, con gli occhi di un bambino
» . Cosí Pippo Delbono parla di Urlo , il suo ultimo spettacolo che
tanto successo ha riscosso al Festival di Avignone, che continua a muovere enormi
masse di pubblico nei teatri europei, e che arriva stasera e domani alle 21 al
Teatro al Parco. Lo raggiungiamo al telefono proprio in Francia, durante un viaggio
in treno, con la paura di arrivare in ritardo per prendere un aereo, nel ritmo
concitato della sua tournèe. Delbono, che tappa ha segnato « Urlo
» , con i grandi riconoscimenti che ha avuto, nel suo percorso teatrale?
« E' un momento importante, uno spettacolo con tanti coproduttori internazionali,
con tanta attenzione verso il mio teatro. Quello che cerco sempre di fare è
affrontare nuove lotte, buttare gi ù nuovi muri, e questo spettacolo mi
ha dato una grande opportunità perchè è un'esperienza che
sta parlando alla gente. Quando millequattrocento persone vengono ogni sera a
vedere uno spettacolo, senti che sei riuscito a parlare del mondo intanto che
parli di te, senti che stai facendo qualcosa non per il tuo piccolo io. In un
certo senso il mio teatro e la mia compagnia sono diventati pi ù grandi
di me, hanno assunto un senso politico, per il desiderio continuo di incontro,
di rimettersi in gioco » . « Urlo » è stato definito
uno spettacolo sul potere: è cosí? « Avevo il desiderio forte
di parlare di questa parola, ' potere', vista come malattia profonda connaturata
all'essere umano. Viviamo in un mondo di confusione dove si fa sempre pi ù
fatica a capire dov'è la verità, dove anche la religione sta perdendo
il suo messaggio di spiritualità. In questo orizzonte, il mio teatro rappresenta
la possibilità di vedere sul palcoscenico qualcosa di vivo, grazie all'incontro
straordinario delle persone che fanno parte della mia compagnia da ormai tanti
anni. E'un teatro che si alimenta di un'umanità viva » . Un'umanità
e un modo di essere attori molto differenti: nello spettacolo c'è Umberto
Orsini al fianco di attori della compagnia come Bobò, Nelson, Gianluca,
provenienti da esperienze estreme ai margini della società... « Sí,
è un incontro nato dalla grande capacità di Umberto Orsini di entrare
in questo lavoro con il piede giusto, mettendosi completamente a disposizione.
Come diceva Bergman, il teatro è innanzitutto un incontro tra esseri umani.
E i primi che devono incontrarsi sono gli attori di una compagnia. Noi stiamo
andando avanti insieme da pi ù di quindici anni, con tutte le difficoltà
che comporta la convivenza. Il primo campo d'azione è proprio la storia
che si compie tra le persone che stanno insieme sul palcoscenico. E poi con quelli
che stanno seduti in platea. Cosí ti rendi conto che la tua vita, anzichè
' restringersi' nell'io, si allarga sempre pi ù . E questo è anche
il senso di Urlo » .
Francesca Benazzi «Sinistra
europea occasione per costruire un mondo di pace»
Angela Azzaro Liberazione europea 11 aprile 2004
«Si apre un percorso, un mondo si affaccia. Al di là del colore,
dellideologia, della stessa forma partito si prova a costruire un mondo
di pace». Il regista e autore teatrale Pippo Delbono guarda con grande interesse
al processo di costituzione del partito della Sinistra europea. Lo fa come sa
fare lui: con estro, con libertà, con entusiasmo appena appena mascherato
da un ragionamento che non si impone ma ti convince con una dolcezza pronta, come
nel suo teatro, a diventare forza. Convinzione che il cambiamento si può,
si deve fare, a partire dalla messa in discussione del meccanismo che trasforma
i principi, anche quelli più cari alla sinistra, in dogmi, in dettami che
limitano il senso critico, la capacità di guardare al futuro. «Leggendo
gli intenti del partito della Sinistra europea - sottolinea - si respira qualcosa
di nuovo, di vitale». Lo sentiamo telefonicamente, preso tra un impegno
e laltro, tra un pensiero e laltro. In partenza per lisola de
la Reunion, passerà a Roma, mercoledì prossimo, per partecipare
alla cerimonia di consegna dei premi per il cinema David di Donatello, che potrebbe
vincere con il suo film sulla Palestina, "Guerra". Poi appuntamento
in maggio a Parigi, la città che più lo ama e che per un mese riproporrà
tutti i suoi lavori. Un anno fa, sempre ospite in Francia, Libération e
Le monde gli dedicarono le prime pagine.
Che
cosa ti colpisce della prospettiva tratteggiata dalla Sinistra europea, che a
maggio, a Roma, vedrà la sua nascita ufficiale?
E
la possibilità concreta di costruire un mondo dove si possa convivere,
dove ci sia unalternativa sociale, politica, economica, culturale. E
un no detto al mondo dei potenti, dove chi è povero è sempre più
povero e la sola "convivenza" possibile è quella di chi sfrutta
e schiaccia gli altri. La schiavitù non è una parola per indicare
il passato ma per descrivere una condizione del presente. Siamo instabili, insicuri,
viviamo tra guerre e terrorismi. Il partito della Sinistra europea mi parla della
possibilità di cambiare il segno a tutto questo.
Visto
dalla Francia, dove spesso lavori, quale prospettiva rappresenta il Vecchio Continente?
Significa
uscire dal proprio orticello, aiutare a guardare con occhi di altri paesi. Abbiamo
continuato a considerare lItalia la culla della cultura; nel frattempo è
sprofondata. Paese di poeti, scrittori, musicisti, artisti, filosofi... La mia
sensazione è che sentirsi eletti ci ha fatto perdere il senso del cambiamento.
In Germania sono rinati dalle macerie del dopoguerra, perché hanno fatto
i conti con la loro storia, così drammatica. Anche in Francia cè
un clima completamente diverso. Lo sperimento nel mio lavoro, in cui prevale lattenzione
allaltro, lo si accoglie, si ha voglia di confrontarsi con lui. Da noi,
nel teatro come nella cultura in generale, prevale la difesa del proprio spazio.
Si ha la paura di perderlo, a destra come a sinistra.
La
sfida elettorale di giugno viene vissuta come un voto anche politico. Quale cambiamento
per lItalia?
Non
penso basti dire che si deve sconfiggere Berlusconi. Sconfitto uno, ne arriva
un secondo, poi un terzo. Per cambiare veramente è necessario mutare cultura
politica, avviare un processo di cambiamento che metta in discussione le basi
della cultura e della politica della destra. Si deve dare vita a unaltra
sensibilità. Finché i politici penseranno alle elezioni future e
non alle generazioni future, non scatterà la molla necessaria. Penso a
una sorta di spirito religioso, non inteso come un altro potere, a unaltra
Chiesa, ma come cultura dellattenzione allaltro, una dimensione poetica
della rivoluzione.
No
alla guerra e no al terrorismo sono nel dna del movimento e della sinistra alternativa.
Sono anche la cifra del fare teatro di Delbono...
Sono
valori politici. Umani. Nello spettacolo Guerra si dice una cosa chiara: ancora
prima che criticare le grandi guerre si deve mettere in discussione la violenza
che cè dentro di noi. E un processo lungo, fondamentale per
costruire una cultura della pace. Condivido il ragionamento di Fausto Bertinotti
sulla non violenza. E una scelta radicale ma necessaria, il no alla guerra
e il no al terrorismo si devono accompagnare al no alla violenza come strumento
di lotta politica. Non si tratta di un atteggiamento moralistico. La domanda da
porsi è: la violenza serve a cambiare il mondo oppure no? Io penso di no.
Da qui la necessità di uno scarto. Il pacifismo non è buonismo,
è anche lotta. Oggi serve una scelta radicale, a partire da quelle individuali:
le bombe non migliorano il mondo.
Teatro,
cinema: la cultura in Italia attraversa una crisi strutturale dettata da scelte
politiche precise. Lomologazione e lautocensura nascono solo in questo
contesto o hanno radici più profonde?
La
cultura deve far aprire gli occhi. Deve essere scomoda per definizione. La sicurezza
dovrebbe essere assicurata con un lavoro certo e garantito, con un sistema di
welfare che sia veramente tale, con un mondo di pace. Così non è.
E la cultura cambiatole il segno - viene usata per rassicurare, per nascondere,
invece che per turbare, interrogare criticamente. In Italia prevale una gestione,
a parte alcune eccezioni, sbagliata. Si dice: ma il pubblico non capisce, non
si può osare troppo. Dimenticando che la cultura è crisi. La soluzione
non può, però, essere quella di chiudersi, per il teatro, in scelte
elitarie. Si deve cercare il dialogo col pubblico, non rinunciando al ruolo del
teatro e della cultura come leve rivoluzionarie.
Chi
è, cosa ha fatto, che cosa farà
Con
"L'urlo" sarà, a luglio, al festival di Avignone. Uno spettacolo
contro il potere Instancabile,
fuori dallestablishment, appassionato. Il regista teatrale Pippo Delbono
gira il mondo con la sua compagnia composta di professionisti per scelta o per
caso (come Nelson, un ex senza tetto statunitense ora votato alla causa del teatro;
oppure Bobò, un attore ultra sessantenne, quaranta dei quali trascorsi
in manicomio). Viaggiano, criticano il potere, parlano di pace. Riempiono i teatri.
Ma non solo. Anche il cinema, non certo quello convenzionale, è diventato
terreno dove sperimentare e opporsi al potere. Lo scorso gennaio, a cavallo con
Capodanno, sono stati in Palestina con "Guerra". E nato un film,
dal titolo omonimo, sullo spettacolo, il conflitto, il rapporto con la popolazione.
Un successo poco visto, ma che meritatamente è arrivato alle finali dei
David di Donatello, il più prestigioso riconoscimento cinematografico italiano.
A maggio la compagnia di Delbono è attesa a Parigi per presentare lintera
produzione di questi anni, da "Barboni" per arrivare a "Gente di
plastica". Grande attesa anche per il nuovo lavoro, "Il grido",
una critica del potere che parteciperà al festival di Avignone in luglio,
con una anteprima italiana a Gibellina. Sul palco insieme a Delbono, ai suoi attori
e attrici, anche un nome storico del teatro come Umberto Orsini e una straordinaria
interprete della canzone popolare come Giovanna Marini, accompagnata dalla banda
di Testaccio.
|