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Nemici sui fronti opposti, uniti contro le donne

di Marco Deriu*

Patrium, patriam, patria. L'origine etimologica indica chiaramente che si tratta della terra dei padri. Non degli antenati in generale ma dei padri. E non si pensi a un territorio o un ambiente qualunque con una sua soggettività. Si tratta invece di un soggetto passivizzato. Si tratta di un nome femminile (patria o madre-patria) ma che indica qualcosa che appartiene al potere maschile, all'ordine patriarcale. La terra in questo senso non è un soggetto autonomo ma è un possesso da difendere. Patriota, compatriota, non a caso si definisce chi ama la patria e lo dimostra; l'eroe virile è il salvatore della patria. Mentre patriottismo, è il sentimento d'amore e devozione verso la patria. Il patriottismo implica l'idea di difendere le proprie terre e le proprie donne. La guerra in questo senso è una questione fondamentalmente di prestigio. Chi non combatte per difendere i propri possessi perde il suo onore.

Non è un caso se patriottismo, militarismo, valori virili e guerra siano strettamente legati e procedano generalmente assieme. E non è un caso se la violenza della guerra si presenti spesso esplicitamente anche come espressione di un dominio maschile anche nei confronti della terra e delle donne del nemico. La guerra in effetti si riproduce non soltanto per motivazioni economiche o materiali ma anche in quanto impresa esaltante e gloriosa finalizzata a conservare il prestigio degli uomini. Quello che infatti è piuttosto evidente a tutti è che gli uomini, e non le donne, hanno vissuto e vivono la guerra come esperienza per testare e confermare la propria identità sessuale, ovvero per dimostrare di essere "veri uomini". Come ha scritto Barbara Ehrenreich nel volume Riti di sangue. All'origine della passione della guerra (Feltrinelli, Milano, 1998), sottolineando la logica circolare che lega insieme virilità e guerra, «gli uomini fanno la guerra (anche) perché la guerra li rende uomini».

Questo fatto dunque chiarisce la peculiarità "storica" della guerra rispetto ai due sessi. Per quanto le donne possano oggi prendervi parte, da un punto di vista antropologico e identitario la guerra non ha significato la stessa cosa per gli uomini e per le donne. I codici simbolici della guerra - l'eroismo, la virilità, la forza e la violenza, la penetrazione - sono sempre stati tipicamente maschili. Il linguaggio stesso, come ha notato Osvaldo Pieroni nel suo Pene d'amore. ("Alla ricerca del pene perduto. Maschi, ambiente e società", Rubbettino), porta le tracce di questa parentela simbolica in espressioni del tipo «l'esercito si dimostrò impotente a fronteggiare il nemico» (Devoto-Oli), oppure «impotente a resistere agli attacchi del nemico» (Zingarelli).

D'altra parte le forme di relazione che si creano nella truppa e nel contesto militare sono fortemente improntate da uno spirito cameratesco maschile, contrapposto alle relazioni tra donne e molto spesso affetto da chiara misoginia. La dimensione di unità integrata tra diversi uomini che si sperimenta in un plotone o in un esercito che assume l'immagine di un unico corpo collettivo maschile ha sempre funzionato come elemento rassicurante rispetto ad una virilità maschile costantemente sentita come precaria. Più in generale l'identificazione tra il proprio paese e l'identità maschile ha una storia lunga, segnata dalle esperienze del nazionalismo, dell'imperialismo, del colonialismo, dei moderni regimi totalitari, in cui i legami tra potere, conquista, affermazione dell'identità nazionale, e affermazione della propria identità virile e delle virtù maschili del coraggio, della forza, del sacrificio, sono sempre stati molto stretti.

La virilità si basava sul patriottismo e viceversa. L'immagine della nazione o della patria infatti si è definita in relazione ad epiche guerre per l'unità o per la liberazione, alle gesta degli eroi, dei maschi guerrieri del passato, nel quadro cioè di una genealogia virile. A livello di immaginario si istituiva un rapporto tra il corpo politico dello stato-nazione e il corpo sessuato del maschio, che del resto risulta evidente in espressioni quali "il corpo militare", "il corpo di spedizione", "i corpi di stato". In caso di guerra, questa politica del corpo, diventa una politica sul corpo. Le donne vengono stuprate, riaffermando così simbolicamente e contemporaneamente la propria identità virile e la propria identità nazionale o pseudo-tale (si tratta in fondo di una doppia penetrazione: della patria del nemico e del corpo delle donne). Senza dubbio la storia delle guerre sembra intimamente connessa - quasi indissociabile - alla violenza sessuale sulle donne.

Durante la prima guerra mondiale i soldati tedeschi hanno usato l'arma dello stupro per terrorizzare le popolazioni del Belgio e della Francia. Durante la seconda gli stupri furono commessi da entrambe le parti: dai tedeschi nei paesi occupati e nei campi di concentramento, dai giapponesi contro le donne cinesi, coreane e filippine, dai francesi contro le donne italiane e tedesche, dai russi contro le donne tedesche, dagli americani contro le giapponesi, le inglesi, le francesi, le tedesche, le italiane. A proposito di quest'ultimo caso lo storico americano J. Robert Lilly nel suo Stupri di guerra ("Le violenze commesse dai soldati americani, in Gran Bretagna, Francia e Germania 1942-1945", Mursia), ricorda che gli americani stuprarono sia donne di paesi alleati - Inghilterra e Francia - che di paesi nemici - Germania, Italia, Giappone. Episodi di stupro si registrano anche in tutte le guerre successive: Vietnam, Sri Lanka, Kuwait, Haiti, Sierra Leone, ex-Jugoslavia, Rwanda, Afghanistan, Congo. Nel clima della guerra, la violenza sessuale colpisce non solamente le popolazioni nemiche ma anche la propria gente portando ad una crescita della violenza domestica, come verificatosi negli Stati Uniti dopo la guerra del Golfo o nella stessa Palestina. Insomma dietro l'amore per la patria si nasconde spesso una violenza maschile contro le donne che attraversa trasversalmente i fronti e i tempi della guerra.


*L'autore ha pubblicato il volume "Dizionario critico delle nuove guerre", Editrice missionaria italiana, pp. 500, euro 20,00

Barbara Ehrenreich, "Riti di sangue. All'origine della passione della guerra", Feltrinelli, pp. 256, euro 25,82

Osvaldo Pieroni, "Pene d'amore. Alla ricerca del pene perduto", Rubbettino, pp. 236, euro 12,00

J. Robert Lilly, "Stupri di guerra", Mursia, pp.360, euro 16,00


Liberazione del 22 maggio 2005

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