Intervista ai due
portavoce del gruppo unico Die Linke-Pds al Parlamento tedesco. "Oskar il
rosso": "Ci vuole una ripartenza, dobbiamo saper parlare ai precari"
Lafontaine
e Gysi: "Una sinistra nuova con una nuova lingua"
di
Anubi D'Avossa Lussurgiu (da Liberazione)
Oskar Lafontaine e Gregor
Gysi in Germania sono, in due persone, la voce unica del gruppo parlamentare di
"Die Linke"-Pds: nato dal processo di convergenza del Partito della
sinistra democratica a dominante tedesco-orientale e della Wasg che all'Ovest
ha scelto l'uscita da sinistra dalla crisi socialdemocratica dell'era Schroeder.
Un esperimento che ha dato abbondanti frutti nelle ultime elezioni tedesche. Mentre
lo sviluppo ulteriore delle scelte della punita Spd è stato il governo
di Grande Coalizione con i democristiani e cristiano-sociali della Cdu-Csu, che
lo guidano con la cancelliera Angela Merkel. Fuori da questo gioco, Die Linke
è un pezzo importante, significativo oltre le dimensioni nazionali, della
vicenda della "Sinistra europea". In qualche modo, questa si misurerà
anche nei successi e nei limiti che incontrerà questa sinistra tedesca.
Ai due presidenti della rappresentanza di "Die Linke", a Roma,
chiediamo come e dove va quest'esperienza di sinistra nuova, in quel quadro politico
tedesco. Parla Gysi, ex segretario della Pds. "E' lui l'esperto", commenta
Lafontaine. E Gysi la prende da lontano, apparentemente: "La sinistra - dice
- ha dovuto subire una dura sconfitta in Europa e nel quadro globale. Il crollo
del "socialismo di Stato" ha colpito anche la sinistra democratica.
Quando ho fondato la Pds l'obiettivo era, in sostanza, trovare una via di salvezza
per quel che c'era da salvare, ossia la giustizia sociale. Allora dissi che una
nuova idea per la sinistra poteva venirci da quanto accadeva in America Latina.
E in effetti questo adesso sembra confermato con gli esperimenti in corso, anche
al governo, come in Venezuela e Bolivia. Anche in Europa, gli sviluppi del capitalismo
fanno ora sì che la sinistra ridiventi una calamita di consensi. In Germania,
dove la Pds era diventata un grande partito all'Est ma non all'Ovest, quando Schroeder
ha insediato il suo primo governo la gente ha pensato a possibilità di
miglioramenti. E' sulla delusione di queste aspettative che è nato un nuovo
partito di sinistra ad Ovest, una formazione socialista a sinistra della Spd,
per la prima volta dal 1949. Nel 2005 ci siamo uniti e questo ci ha fatto raggiungere
risultati singolarmente impensabili. Il processo, ora, va avanti - conclude Gysi
-; il 16 giugno 2007 si formerà organicamente il nuovo soggetto, con il
congresso costitutivo". E qui Lafontaine aggiunge, scandendo in italiano:
"E' quello che voi chiamereste congresso d'unità".
E' ad
"Oskar il rosso" che chiediamo quanto e come questa "unità"
configuri una possibilità di rappresentanza efficace. Lafontaine ci risponde
filosoficamente: "Puntiamo al fatto che lo spirito dei tempi (Zeitgeist)
cambi. Intanto è cambiata la società, per la prima volta in Germania
c'è un precariato diffuso. Sono 10 milioni di persone non rappresentate
dai partiti classici. E non a caso la metà dei tedeschi tende ora a non
andare alle urne. Così se i due grandi partiti, Spd e Cdu-Csu, sommati
hanno il 62 per cento, in realtà rappresentano per il 31. C'è -
chiosa l'ex leader e ministro socialdemocratico - un grande problema democratico.
E il nuovo partito dovrà presentarsi anzitutto come un progetto per la
democrazia".
Come, però? "Deve, intanto, lavorare fianco
a fianco con i sindacati e i movimenti. Si tratta anzitutto di conquistare una
nuova credibilità politica. Perché il dramma degli ultimi decenni
è stato questo: l'abbandono della rappresentanza sociale da parte della
sinistra". Lafontaine prende una pausa e riprende pensosamente: "Ci
vuole una ripartenza, con un'azione che riconquisti fiducia. Prendiamo gli studenti:
vogliono lavoro e reddito ma anche loro possono inviare centinaia di curricula
senza ottenere altro che precariato. E' interessante vedere se Die Linke riesce
ad intercettare questo disagio".
Ma, intanto, c'è la Grande Coalizione:
non rischia di acuire quella crisi democratica, al tempo stesso bloccando il quadro
politico? "Sulla prima parte hai ragione, certamente è un fattore
di crisi ulteriore", annuisce Lafontaine. E prosegue Gysi: "Ma per noi
la Grosse Koalition rappresenta anche una chance per affermare una maggiore credibilità.
Naturalmente, sarebbe meglio se fossimo già uniti. E il processo unitario
comporta l'impegno degli otto decimi del tempo".
Come
contate, allora, di qualificare il nuovo soggetto rispetto a questo quadro? Risponde
ancora Gysi: "Avremo un nuovo programma e un nuovo statuto. E una nuova composizione
dei delegati. Saremo a tutti gli effetti un partito nuovo. Anche agli effetti
giuridici". E Lafontaine commenta: "Saremo riuniti sotto una nuova bandiera".
Poi, sorridendo, prosegue in italiano: "Una rossa bandiera". Serio,
soggiunge: "Un nuovo programma sociale, soprattutto, che sia in grado di
esprimere la passione dell'utopia".
A proposito: la pace. Il governo
di Grande Coalizione ha appena pubblicato il Libro bianco della difesa, nel quale
si ripromette di rompere i "tabù" che parevano positivamente
acquisiti in Germania e indica l'orizzonte della "proiezione globale"
della "forza militare tedesca". Si anima Lafontaine e interviene con
foga: "E' la continuazione della politica del governo Schroeder, sin dai
tempi del Kosovo". E Gysi: "Allora la Cdu si arrabbiò solo perché
non erano loro a guidare l'intervento". Riprende Lafontaine: "Si può
dire che in Germania, su questo piano, c'è da 10 anni una Grosse Koalition
che comprende non solo Spd e Cdu-Csu, ma anche verdi e liberali. Io pongo sempre,
al Bundestag, la domanda: cos'è il terrorismo? Siamo i soli a darne una
definizione. A dire che il terrorismo è l'uccisione di innocenti in spregio
al diritto. Sosteniamo che perciò è terrorismo l'11 settembre, come
lo sono gli attentati kamikaze: e che lo sono anche le guerre in Afghanistan e
in Iraq. E siamo i soli a sostenere che il terrorismo non può essere combattuto
col terrorismo". Conclude Oskar il rosso: "La nuova sinistra serve anche
ad avere una nuova politica estera. E la nuova sinistra deve parlare una nuova
lingua. Noi pensiamo in concetti, ma i concetti sono quelli informati dal neoliberismo.
Dobbiamo condividere una nuova grammatica e un nuovo lessico".
Se
è così, e se è chiaro che questa "missione" deve
dotarsi quanto meno d'una dimensione europea, qual'è la vostra aspettativa
nella sinistra europea? E visto che si parla di rappresentanza, il passaggio delle
elezioni europee del 2009 vedrà affacciarsi novità di una qualche
potenza e influenza sui destini dell'Ue? Lafontaine fa ancora il filosofico: "Non
siamo che all'inizio del processo. E c'è un detto poetico tedesco: ogni
inizio riserva una magia". Interpola Gysi: "L'esperienza si sta costruendo,
il 2009 potrà essere una verifica, adesso è il momento di un vero
slancio, ma i cambiamenti ce li aspettiamo dopo". Riprende Lafontaine: "Comunque,
si vede luce al fondo del tunnel. C'è stato il no al Trattato costituzionale
europeo, per la sua genesi ademocratica e i contenuti socialmente insoddisfacenti,
in Francia e nei Paesi Bassi. Poi la lotta contro la direttiva Bolkestein. Poi
gli scioperi dei portuali e la grande lotta che ha sconfitto il Cpe in Ffrancia.
Per la sinistra che intendiamo la questione è costruire un programma davvero
alternativo, a livello europeo. Qualcosa che abbozzi una nuova, effettiva Costituzione
per l'Europa".