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Fidenza,
incontro-dibattito sul rapporto tra partiti e movimenti al Festival
della Rete Lilliput.
Il segretario Prc propopne una riflessione sulla crisi del neoliberismo.
Il problema è come uscirne
«Questo
capitalismo è una cancrena»
Fidenza (Pr) nostro inviato
Solo posti in piedi. E c'è anche chi cortesemente viene
invitato ad ascoltare dall'esterno, perché, come ripetono con
estrema gentilezza le ragazze dell'accoglienza, «in platea e nelle
logge non c'è spazio neppure per un ago», tanto è
l'interesse per il dibattito organizzato dalla Rete Lilliput nell'ambito
del suo Festival. Siamo a Fidenza, provincia di Parma, più precisamente
al Teatro Magnani, nel cuore della città emiliana, sono
le 9 di sera non di un giorno qualunque. E' venerdì 10
settembre, in molte città d'Italia si sono organizzate
fiaccolate per chiedere la liberazione degli ostaggi in Iraq,
delle due Simone di "Un Ponte per... " e di Ra'ad e
Mahnoaz, volontari sempre della medesima associazione. I lillipuziani
avevano costruito questo dibattito da tempo, considerandolo uno
degli appuntamenti più significativi del loro Festival. Parla
per tutti il titolo che segna il tema della serata - "Partiti
e movimenti: affinità elettive. Aprire ai movimenti o rappresentare
le loro istanze? " - croce e delizia delle discussioni che
hanno animato la politica e la continuano ad animare tuttora.
Naturalmente la Rete Lilliput è direttamente parte in causa
dell'argomento, avendo da tempo sostenuto con padre Alex Zanotelli
che sarebbe meglio se le organizzazioni di partito si tenessero
fuori dal movimento. Ma la discussione non può considerarsi esaurita
qui e la serata di venerdì lo ha dimostrato in pieno. Le
fiaccolate si diceva, ma anche le aspettative per un dibattito
preparato nei minimi dettagli e che ha richiamato gente non soltanto
da Fidenza, ma dall'intera regione: c'erano bolognesi, ravennati,
chi è venuto da Forlì e chi addirittura dalle sponde
del Tirreno toscano. Se molte questioni alla fine sono rimaste
aperte, certamente si può dire che esserci ne è valsa la
pena.
«La nostra adesione alla fiaccolata romana è totale - ha
ripetuto fin dal pomeriggio Fausto Bertinotti, invitato al dibattito
e su cui erano puntati la maggior parte degli obiettivi della stampa
e non - ed è ovvio che sarei andato lì in assenza
di altri impegni presi da tempo» (prima a Bologna alla Festa nazionale
dei Verdi, quindi a Fidenza, ndr). Né dono dell'ubiquità,
quindi, ma neppure timore di contestazioni della piazza capitolina.
Del resto, avrebbero potuto contestarlo anche altrove. Venerdì,
invece, a rigor di cronaca, tra Bologna e Fidenza, in confronti
aperti con un popolo assai variegato, si sono riscontrati attestati
di solidarietà, applausi e incoraggiamenti, «perché - come
ha sottolineato un "vecchio" militante comunista all'entrata
del Teatro Magnani - per fare certe cose ci vogliono coraggio e
intelligenza».
Il colpo d'occhio è struggente, i colori dell'arcobaleno
e le bandiere della pace sommergono da dentro e da fuori lo storico
teatro di Fidenza. Il messaggio non potrebbe essere più chiaro:
no alla guerra senza se e senza ma. Sul palco, oltre al segretario
di Rifondazione comunista, Massimo Brutti, senatore Ds, Nando Dalla
Chiesa, senatore della Margherita, e Achille Occhetto parlamentare
del Gruppo Misto. A moderare l'incontro, Alberto Zoratti della Rete
Lilliput.
Se il filo che ha tenuto insieme la discussione ruotava tutto
intorno al rapporto con i movimenti, le domande e gli interventi
hanno spaziato dalla "guerra umanitaria" in Bosnia e nel
Kosovo alla repressione che ha connotato le giornate di Napoli a
marzo del 2001 - senza dimenticare la tragedia di Genova durante
il G8 a luglio dello stesso anno - per arrivare al ruolo del commercio
mondiale e all'idea di un nuovo modello di sviluppo. «Se "guerra
umanitaria" è espressione senza senso - si è
chiesto Brutti - che cosa si deve fare di fronte a genocidi e massacri?».
Il senatore diessino - tra qualche perplessità della platea
- ha rivendicato, per dirla alla Bobbio, «il ruolo del pacifismo
istituzionale e l'uso della forza», ricordando «che le scelte che
l'Europa ha compiuto nell'ex Jugoslavia nulla hanno a che vedere
con la guerra in Iraq, con il concetto di guerra preventiva, con
l'attacco senza alcuna giustificazione». Gli applausi - che pure
si registrano - non sono scroscianti, mentre più d'uno accenna ad
una smorfia di disappunto. Perché sempre di guerra si tratta.
Quella stessa guerra - ma in questo caso preventiva - che insieme
alla crisi e agli effetti devastanti della globalizzazione connota
l'intervento di Bertinotti. «Forse per la prima volta nella storia
repubblicana - dice il segretario di Rifondazione comunista - i
giovani sono più precari e più incerti dei loro coetanei delle generazioni
precedenti. Agli effetti distruttivi della guerra, si aggiunge la
crisi di un sistema economico capitalista che impone alla gente
il ricatto occupazionale». E tornano sempre più d'attualità
i casi Bosch e Siemens che mettono i lavoratori spalle al muro.
«Questo tipo di sviluppo capitalistico - continua Bertinotti - produce
crisi e instabilità, è la nostra cancrena, alimenta
regresso politico, sociale ed economico». Il problema che si pone
è: come uscirne? «Certamente con un'iniezione di democrazia
che valorizzi la partecipazione del popolo». Il caso Acerra è
l'esempio più calzante. «Se in un territorio inquinato all'inverosimile,
dove ai bambini è anche proibito uscire, si è creata
un'unità di popolo tra amministratori locali, sindaco, vescovo
e cittadini, che insieme respingono l'installazione dell'inceneritore,
si rispetti questa volontà». Magari risolvendo il problema
valorizzando la raccolta differenziata e il riciclaggio. Ma iniezione
di democrazia significa anche saper coniugare e riconoscere in uno
schema più generale le diverse vertenze territoriali, i punti della
piattaforma della Fiom, le istanze dei movimenti, le rivendicazioni
delle lavoratrici e dei lavoratori, degli studenti, di chi lotta
per il riconoscimento del diritto di cittadinanza. Perché solo così
si avvia un percorso verso un altro modello di società. «Io
penso - e qui gli applausi sono davvero tanti e per nulla di rito
- che una vecchia parola come comunismo possa ancora aiutarci a
pensare il futuro».
Movimenti significa anche rapporto tra piazza e forze dell'ordine.
Dalla Chiesa ricorda bene i giorni del G8 di Genova e l'inaudita
violenza che si scatenò sui manifestanti, ma alla domanda sul perché
non si sia mai denunciato abbastanza quanto accaduto a Napoli qualche
mese prima, con l'allora governo di centrosinistra e De Gennaro
a capo della polizia, qualche punta di imbarazzo trapela eccome.
«Affermare che Napoli sia stata come Genova non è vero»,
dice il senatore della Margherita, e su questo sono tutti d'accordo;
lo sono meno, soprattutto tra il pubblico, quando parla, a proposito
dei fatti avvenuti nel capoluogo partenopeo a marzo del 2001, di
«forze dell'ordine da molto tempo non abituate a contestazioni di
piazza». Non è una giustificazione, ovviamente, ma una chiave
di lettura che fa e continuerà a fare discutere.
Occhetto individua tre temi sui quali la sinistra può lavorare
per costruire un'idea nuova di società: il commercio mondiale
e i rapporti tra Nord e Sud del mondo; la guerra come tabù; la globalizzazione
democratica. Per l'ex segretario del Pds l'accoglienza è
sempre calorosa, soprattutto ora che non ha "vincoli"
di partito. Tanto più se attacca a spada tratta Bush e la Cia. Quasi
tre ore di dibattito e di confronto con il pubblico. Se le questioni
restano aperte, la serata è stata comunque utile. La promessa
è di vedersi di nuovo nel 2005. Chissà, magari con
un governo diverso e un'idea di nuovo mondo in cammino.
Fabio Rosati
Liberazione del 12 settembre 2004
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