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Quale strategia alternativa per l'Afghanistan?
di Franco Ferrari (da Aprile on line)

Dibattito Centralità dell'ONU, protagonismo del popolo afgano, priorità della politica sul militare. Sulla base di questi "pilastri" si può cercare di delineare un diverso ruolo dell'Italia, distinguendo tra ciò che l'Italia può fare direttamente e quanto invece può proporre nelle sedi internazionali

Il tema della presenza italiana in Afghanistan è tornato ad infiammare il dibattito politico all'interno dell'Unione senza che la discussione sembri compiere reali passi in avanti. E' evidente che i punti di partenza delle forze moderate della maggioranza da un lato e della sinistra alternativa e pacifista dall'altro, nell'analisi della vicenda afgana, sono nettamente diversi e altrettanto diverse sono le proposte che ne conseguono. Fra chi ritiene che si debba arrivare al ritiro di tutti i militari stranieri, proposta fatta propria anche dal Partito della Sinistra Europea nella recente riunione di Berlino, e chi rivendica il rispetto di non meglio definiti impegni internazionali dell'Italia (soprattutto in sede NATO) la possibilità di raggiungere un compromesso è sicuramente impresa non facile.

L'accordo dell'estate scorsa, fondato principalmente sulla stabilizzazione della presenza militare italiana al di fuori delle zone finora coinvolte direttamente dalla guerra, non è più sufficiente. Occorre quindi aprire una discussione che consenta di spostare in avanti lo stato delle cose. Alcuni interventi di parlamentari di Rifondazione Comunista (Menapace, Martoni) hanno cercato di elaborare quella che avevo definito in un precedente intervento su "Bella Ciao" come una "strategia alternativa" che comprenda, ma non si riduca, alla "strategia d'uscita", ovvero il ritiro dei militari.

Credo che si debbano incalzare i sostenitori del "dobbiamo restare a Kabul", innanzitutto sugli obbiettivi della presenza italiana e, partendo da qui, sulla necessaria riformulazione dell'azione che l'Italia può svolgere in Afghanistan e le nuove proposte da formulare nelle sedi internazionali (soprattutto l'ONU, attraverso la presenza nel Consiglio di Sicurezza). Ma la sinistra alternativa, per parte sua, non può esonerarsi dal contribuire a delineare una strategia che favorisca un reale processo di pacificazione, ricostruzione, democratizzazione e uscita dalla povertà dell'Afghanistan. Per far questo occorre innanzitutto sottrarre la vicenda afgana alla logica della "guerra preventiva" USA.

Per questo il primo obbiettivo è rimettere al centro l'ONU a cui deve essere affidata interamente la titolarità della gestione della presenza internazionale e non solo, come avviene adesso, della sua componente umanitaria. Va contestata l'idea che l'Afghanistan sia innanzitutto il laboratorio della capacità della NATO di svolgere un ruolo militare globale. Non è la "lealtà" all'Alleanza atlantica che dovrebbe essere la prima preoccupazione del Governo Prodi e dei suoi ministri ma la capacità di portare una effettiva e concreta solidarietà al popolo afgano.

L'altro pilastro di una "strategia alternativa" per l'Afghanistan è il riconoscimento che qualunque progresso deve nascere dal protagonismo degli afgani, dalla loro centralità nel compiere le scelte sul futuro del Paese. Il governo Karzai non può essere l'unico interlocutore anche se sarebbe semplicistico liquidarlo come un semplice "fantoccio". Al momento della sua elezione ha goduto di un certo sostegno anche da parte di settori democratici e di quel poco di sinistra che sopravvive faticosamente nel paese. Tutto questo si sta disperdendo per la sua incapacità di rispondere ai bisogni primari della gente, ma anche per la sua eccessiva subalternità alla politica degli Stati Uniti.

Infine occorre rendere chiaro che non esiste una soluzione militare ai problemi dell'Afghanistan. Per ragioni storiche e geografiche contro le quali si sono già scontrati gli inglesi e i sovietici (vastità del territorio, frammentazione etnica e tribale, porosità del confine con il Pakistan, ecc) è pressoché impossibile vincere una guerra contro una parte consistente della popolazione. Non ci sono riusciti i sovietici che avevano il triplo dei soldati di cui dispone oggi l'ISAF. Il massimo esperto americano di Afghanistan, Barnett Rubin, ha scritto un articolo sull'ultimo numero di Foreign Affairs, la più influente rivista di politica internazionale degli Stati Uniti, intitolato "Salvare l'Afghanistan", nel quale afferma: "A meno che il debole governo afgano non riceva sia le risorse che la leadership richieste per far arrivare risultati tangibili nelle aree ripulite dagli insorti, la presenza internazionale in Afghanistan assomiglierà sempre più ad una occupazione straniera; una occupazione che alla fine gli afgani respingeranno".

Sulla base di questi "pilastri" (centralità dell'ONU, protagonismo del popolo afgano, priorità della politica sul militare) si può cercare di delineare un diverso ruolo dell'Italia. Bisogna distinguere tra ciò che l'Italia può fare direttamente e quanto invece può proporre nelle sedi internazionali. Un generico invito ad una nuova conferenza internazionale, non sostenuto da atti concreti e se necessario anche unilaterali dell'Italia sul terreno, sarebbe una indicazione di cambiamento non sufficiente.

Le modalità concrete della partecipazione dei diversi Paesi alla missione ISAF consentono scelte diverse sia politiche che militari. Oltre all'Italia, anche gli spagnoli e i tedeschi non partecipano ai combattimenti, nonostante le pressioni ricevute dagli americane. I francesi sembrano intenzionati a ridurre il loro impegno con il già annunciato ritiro dei 200 uomini delle truppe speciali con funzioni "anti-terrorismo" e progettano di ridimensionare la loro presenza a Kabul, quando nella prossima primavera dovranno trasferire il comando agli italiani. Solo britannici e olandesi, tra gli europei, partecipano ai combattimenti.

Anche all'interno degli impegni internazionali già assunti dall'Italia (che peraltro nulla vieta di rivedere alla luce dell'evoluzione della situazione) sembra del tutto praticabile una riduzione della presenza militare italiana, a partire dalla provincia occidentale di Herat. I militari italiani gestiscono un "Provincial Reconstruction Team" (PRT). Ed è proprio lo strumento dei PRTs, inventati per rappresentare il "volto umano" della guerra e contestati dalle ONG perché mescolano impropriamente e pericolosamente l'azione umanitaria con quella armata, che andrebbe rimesso in discussione. I francesi non hanno mai aderito a questo tipo di strumento. Riconvertire la presenza militare ad Herat in presenza civile sarebbe un primo passo importante per modificare il senso dell'iniziativa italiana. Altrettanto utile sarebbe lo sviluppo del contributo civile alla ricostruzione dell'Afghanistan in collaborazione con la missione dell'ONU (UNAMA) destinando a questo le risorse sottratte all'uso militare.

Un'altra proposta che è stata avanzata riguarda il contributo diretto dell'Italia alla lotta contro la coltivazione del papavero da cui si ricava l'oppio, ad esempio con l'impiego della Guardia di Finanza. E' necessario verificare se questa strada sia effettivamente praticabile. Occorre tener presente che sul terreno, l'azione anti-droga e quella militare contro i Talebani (etichetta dietro alla quale a volte si celano signori della droga o piccoli coltivatori) si sovrappongono. L'invio degli aerei militari che il governo Berlusconi aveva promesso alla NATO e che è stato bloccato dall'accordo dell'estate scorsa, era giustificato con l'utilizzo ai fini della lotta contro l'oppio (avrebbero dovuto fotografare i campi...). I dati dicono che lotta contro la coltivazione di papavero è fallita ed in più sposta settori di popolazione verso i Talebani. Potrebbe essere semmai più utile un contributo italiano alla ricerca di colture sostituitive che consentano le sopravvivenza della popolazione. Per questo si è già ipotizzato lo sviluppo di alternative sufficientemente redditizie.

Infine, è indispensabile che il Parlamento si dia strumenti propri per la conoscenza diretta della situazione sul terreno e il dialogo con la società afgana, le sue istituzioni, per quanto fragili, e le organizzazioni civili che si sono sviluppate in questi anni e che rischiano di restare schiacciate tra truppe NATO, fondamentalisti e signori della guerra. E' questa una condizione essenziale per poter svolgere pienamente il proprio ruolo di controllo e di proposta nei confronti del Governo.

30 gennaio 2007


INTERNAZIONALE