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Camera. La dichiarazione di voto di Franco Giordano

Con la fiducia riconquistata in Parlamento questa coalizione e il suo Governo potranno ritessere il rapporto con il proprio popolo. A questa coalizione, signor Presidente, non c'è alternativa e lei, Presidente Prodi ha, con il suo intervento in apertura di discussione, posto positivamente le basi per una nuova collegialità e compattezza. Andiamo avanti, dunque, non solo perché le proposte di Governo di larghe intese e di Governo istituzionale rappresenterebbero un drammatico arretramento sul terreno democratico e sociale ed un tradimento del mandato elettorale, ma anche perché abbiamo il dovere di tradurre in realtà le attese e le speranze alimentate dopo cinque anni di Governo delle destre, un Governo che ha impoverito il lavoro, reso sempre più impervia, riscattabile ed umiliante la vita di chi un lavoro non lo ha o lo ha saltuariamente, un Governo che ha rischiato di produrre il declino economico e culturale del paese.

Con il suo discorso sono riemersi nel palazzo i temi della società: la lotta alla povertà, alla precarietà, le politiche abitative, l'aumento delle pensioni, l'investimento strategico sull'ambiente, l'innovazione che in questi mesi abbiamo prodotto nella politica estera. Tuttavia, proprio per questa ragione, saremo tutti più forti se, su tali temi, costruiamo e valorizziamo un canale di comunicazione tra Governo e società, se ascoltiamo e rispettiamo l'autonomia dei movimenti, se teniamo viva la partecipazione democratica nel paese e se, per questa via, rispondiamo positivamente alla crisi drammatica della politica. A volte si ha la sensazione, nel seguire le dinamiche autonome e separate dei riti della politica, di allontanarsi drammaticamente dalla realtà, dal vissuto concreto e dal sentire di tanta parte della società italiana. Ho trovato paradossale quanto avvenuto qualche giorno fa al Senato. Mentre veniva illustrata una politica estera innovativa, che provava a definire le strade di un'autonomia del paese, di una soggettività dell'Europa in politica estera, di un percorso multilaterale nelle relazioni internazionali, che presuppone una critica chiara e netta alla guerra preventiva di Bush; mentre si delinea un ruolo attivo per l'Italia nella vicenda mediorientale, che possa ridare centralità all'ONU - così com'è successo per il Libano - e da quella postazione ci si propone di attivarsi sul campo e nell'iniziativa politica e diplomatica per dare sicurezza, giustizia e pace a due popoli - quello israeliano e palestinese, dando a quest'ultimo, finalmente, concretezza e legittimità al desiderio di un proprio autonomo e libero Stato -; mentre si propone ancora, pur partendo da differenti valutazioni, una conferenza internazionale per dare un senso ad un cambio di strategia che non sia soltanto la replica stanca del conflitto bellico in Afghanistan; insomma, mentre si avvia un confronto con comunità e popolo della pace e si produce una possibile sintonia con i movimenti pacifisti, nel palazzo, improvvisamente, mancano i numeri.

Non abbiamo fatto certamente velo della critiche di chi, in preda ad un solitario ed individualistico percorso politicista, ha fatto mancare il proprio consenso a quella politica, ma è fin troppo evidente - ora lo possiamo dire con altrettanta onestà - ed abbiamo il dovere di criticare, signor Presidente - questo è il problema vero anche al Senato - chi è che si oppone a mettere in moto processi e innovazione, chi resiste ad una politica di rinnovamento sociale, culturale e civile del paese. Solo con una ritrovata unità della coalizione, con un'irruzione del paese reale nella politica si può guardare con fiducia alle prospettive future e alle sfide a cui lei ci chiama, signor Presidente. Le difficoltà numeriche al Senato sono dovute ad una legge elettorale che abbiamo tutti criticato, persino gli stessi che un anno fa l'hanno realizzata (avete sentito or ora il presidente Casini).

Come tutti sanno, dobbiamo trarre una lezione da quella vicenda: non si può legiferare contro metà del Parlamento. Occorre cambiare la legge, dunque. Come lei sa, da sempre noi siamo stati favorevoli al modello tedesco e noi siamo disposti ad adottarlo dopo un confronto democratico; comunque, per noi ci deve essere una legge che tenga ferma la pluralità della rappresentanza e il giusto bisogno di dare efficacia all'azione di Governo. Abbiamo apprezzato il lavoro del ministro Chiti; quello che si può fare, però, signor Presidente, è una legge elettorale come propongono i referendari da cui far nascere soggetti politici nuovi a scapito della pluralità della rappresentanza. Sarebbe lo stesso comportamento privatistico e antidemocratico di chi ha promosso una legge elettorale solo per ridurre le perdite nelle scorse elezioni. Identico comportamento (Applausi dei deputati del gruppo Rifondazione Comunista-Sinistra Europea)!

Per quella via, si produrrebbe un sistema impermeabile alle dinamiche sociali, alle forme di partecipazione, alla democrazia, accompagnando una crisi della politica che la rende sempre più lontana, fredda, separata, dagli interessi sociali e collettivi e dalla vita. Noi le chiediamo, signor Presidente, di tenere sempre la bussola sul paese reale. Proviamo tutti quanti insieme ad uscire dalla logica interna del palazzo autoreferenziale che guarda solo ai millimetrici spostamenti di qualcuno.

C'è una ripresa della nostra economia e questo è un fatto positivo. Ma non si stabilizzerà e non sarà duratura se 10 milioni di lavoratori, a partire dai metalmeccanici, impegnati nei rinnovi contrattuali non avranno adeguati aumenti salariali. In Artesia un lavoratore a tempo indeterminato percepisce uno stipendio mensile di 680 euro. I lavoratori nei call center in Italia sono 250 mila. A Mirafiori e Melfi, un operaio che lavora in catena di montaggio percepisce uno stipendio medio di 1.100 euro al mese. Nel sistema scolastico ed universitario, lo stipendio di un precario varia tra gli 800 e i 1.000 euro mensili. I lavoratori in Cassa integrazione percepiscono 700 euro al mese. Sarebbe una forte innovazione usare risorse fiscali per favorire il rinnovo dei contratti, riducendo il peso delle trattenute a carico dei lavoratori per questi nuovi aumenti, riconoscendo l'insostituibilità del contratto collettivo nazionale. Il paese reale ci dice che nel lavoro nero sono coinvolti circa 4 milioni di lavoratori (e la maggioranza sono donne), i quali vivono in un dramma che nega loro ogni sicurezza e impedisce la progettazione del futuro. Coloro che ribadiscono ad ogni piè sospinto la centralità statica e solo ideologica della famiglia non hanno nulla da dire rispetto alle sistematiche negazioni materiali di tanti giovani impediti a costruirsela da stipendi da fame e dall'assoluta indisponibilità di tutele (Applausi dei deputati dei gruppi Rifondazione Comunista-Sinistra Europea, L'Ulivo e Comunisti Italiani)!

Il paese reale parla di giovani che non hanno la possibilità di costruirsi una pensione adeguata e se si adattassero i coefficienti - mi creda, signor Presidente - quella pensione diventerebbe poco più che una mancia. Si parla di anziani che nell'allora maggioranza hanno importi medi mensili di 402 euro e, al massimo, di 590. La nostra economia non può essere affidata alla competitività di prezzo o alla riduzione del costo del lavoro. Sarebbe effimera e renderebbe insostenibili le condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori. Bisogna investire sulla cooperazione.

Non può accadere che la domenica ci intratteniamo in dotte ed allarmanti elaborazioni culturali sull'inequivocabile relazione tra i cambiamenti climatici e l'effetto serra, mentre il lunedì, il martedì e tutti gli altri giorni della settimana investiamo su produzioni tradizionali ed energivore. Dobbiamo anticipare sullo scenario globale l'investimento sui nuovi riprodotti, sulle energie alternative, sulla valorizzazione del territorio, sulla difesa intransigente dei beni comuni, a partire dall'acqua, e fermare quella corsa autodistruttiva che punta ad inseguire non solo il lavoro ma anche l'ambiente al suo costo più basso. Bisogna dialogare sempre con la popolazione. Ci sono delle leggi che abbiamo ereditato dal Governo delle destre, come la legge obiettivo, che non prevedono la comunicazione con le comunità locali.

Infine, mi permetta di dire a tutto il Parlamento, che i diritti di relazione, i diritti civili, sono diritti che uno Stato liberale riconosce! Non possono essere solo appannaggio della sinistra. Difendiamo tutti insieme i diritti di tanta gente che vive nella dimensione reale! Rifondazione Comunista lo farà con forza, in tutto il Parlamento. Andiamo avanti allora, signor Presidente, perché non c'è alternativa a questa coalizione e a questo Governo.

Roma, 2 marzo 2007


RIFONDAZIONE COMUNISTA