|
Tuttavia il fatto ancora più rilevante ai fini del nostro discorso è che la condizione operaia esce dal cono dombra precisamente, e solo, quando incrocia la tematica del governo. Perché i riflettori sono solo per il governo, tutto è posto in relazione solo a quello. E insomma persistente unidea della politica come cittadella separata e tutta concentrata sullazione del governo, del governo e dellordine pubblico. Quindi esisti, non in quanto operaio ma in quanto critichi il governo. Non esisti, invece, in quanto soggetto in lotta per il rinnovo del contratto. Se critichi i sindacati e la finanziaria sei nei titoli di apertura dei tg; se scioperi per il contratto bisogna aspettare le notizie sul traffico per scoprire se cè stato qualche blocco stradale. Mirafiori, la condizione operaia è dunque un paradigma: prima ancora della contingenza, che attiene alla manovra finanziaria e alle critiche motivate della base sociale dellUnione, un paradigma della relazione tra politica e società e della sua rappresentazione; mediatica ma non solo. E il paradigma che parla di una politica che ha i propri alfa e omega nel governo e nellordine pubblico. Perché lo stesso conflitto sociale finisce per essere imprigionato entro questi due apici: schiacciato tra espropriazione della rappresentanza, ridotta a lobby e istituzionalizzata, e risposte dordine. Eppure, anche quella polemica amplificata dei giorni scorsi a Mirafiori dimostra che ci troviamo di fronte a un soggetto vivo, a una critica consapevole e concreta. Quando infatti nellassemblea di Torino prende la parola il rappresentante dellUgl per muovere una contestazione tutta politicizzata, quellintervento non raccoglie il consenso della platea. Questo parla a noi. E parla la lingua di una condizione reale, della vita in carne e ossa delle persone. Parla al presente del nostro futuro. Perché noi, lUnione, il governo, ma anche Rifondazione comunista, la Sinistra europea, non esistiamo se non riusciamo a dare corpo a tutte quelle figure, a quelle aree, alla corporalità che scorre nelle vene della società: controversa, magmatica, pulsante di sistole e di diastole. E allora non si può che chiedersi: perché quel malessere? Perché il malessere e le critiche nei confronti della finanziaria e dellazione del governo dellUnione? Il fatto è che il governo delle destre e il decennio neoliberista hanno lasciato alle spalle una deserto sociale. Hanno lasciato in eredità una questione salariale impellente (e lUnione lha scritto nel proprio programma), una crisi del potere dacquisto delle pensioni e uninaccettabile disparità di trattamento dovuto allo scalone della riforma Maroni (e lUnione ha scritto nel proprio programma), una proliferazione delle formule contrattuali che si traduce in moltiplicazione delle forme di precarietà quando invece la forma di occupazione naturale va intesa nel tempo indeterminato (e lUnione ha scritto nel proprio programma), una improrogabile questione di democrazia sul lavoro (e lUnione lha scritto nel proprio programma). E poi ancora la Bossi-Fini e la riforma Moratti, la politica dei condoni fiscali e ambientali, lesasperazione di un ordine pubblico e sociale tanto liberista quanto repressivo. Dunque ora ci si chiede un cambiamento, un mutamento delle condizioni di vita del lavoro, del lavoro salariato e precario, nonché del non lavoro. E la legittima aspettativa del nostro popolo, dei milioni di elettori dellUnione (e forse anche di qualcuno che non ha votato o lo ha fatto a destra). Sto insomma parlando di una politica socialmente connotata, di una politica che parta dalle condizioni del lavoro e del non lavoro, delle pensioni, del disagio sociale. Perché, lo ripeto, abbiamo fatto anche cose buone. Ma il punto politico è che il nostro popolo, quel popolo socialmente classificato, si aspetta ben altro. Si aspetta un cambiamento concreto, non solo enunciato e illustrato nei salotti televisivi. Perché
la polarizzazione non è solo virtuale e politicista: è, appunto,
anche sociale e politica. Siamo persino sfidati dalla destra sul terreno di massa,
siamo sfidati sul modello di società dentro un impianto populista proprio
di Berlusconi. Era lui che diceva: arricchitevi tutti quanti. E
lui che ora dice: difendete la vostra ricchezza dal partito delle tasse.
E lo fa in piazza, con una sfida, appunto, di massa. Per
questo torna centrale la ricomposizione della sintonia con i movimenti e con i
soggetti sociali, laccantonamento di ogni elitarismo e di ogni propensione
tecnocratica. Per rigonfiare di vento le vele di unalternativa: quellalternativa
che lUnione ha incarnato, se non nelle intenzioni della totalità
dei suoi dirigenti quantomeno nella percezione della gran parte dei suoi elettori.
Va cancellata lidea che quando sei al governo, siccome conti di più, devi scinderti dalla condizione sociale. Siccome sei al governo, semmai, non puoi permetterti di smarrire la relazione con la condizione sociale e le sue espressioni. Anche perché altrimenti non conti più: cambiano, appunto, le interlocuzioni e si acuisce lo strappo tra la politica e la società; perde la democrazia e vincono gli interessi particolari. E allora, per venire alle conclusioni, due mi paiono essere i varchi stretti che ci attendono. Il primo sono le pensioni. Mi pare importante che rispetto alle smanie di allungamento delletà Guglielmo Epifani dica gli operai no. Mi pare importante ma non sufficiente. Sulle pensioni io dico in primo luogo una parola sola: democrazia. Voglio dire cioè che la partecipazione deve essere la formula ispiratrice del governo e della maggioranza così come per quel che riguarda sindacato. Serve una politica del consenso dentro lUnione, ma serve ancora di più una piattaforma votata dalle lavoratrici e dai lavoratori. E questa la strada delle riforme reali, delle riforme praticate conquistate e non issate a vessillo ideologico. Altre vie Rifondazione comunista non intraprende. Il secondo tema riguarda il cosiddetto tavolo sulla competitività. Dietro o sotto quel tavolo mi pare che si giochino due questioni: la disarticolazione del livello contrattuale nazionale e quella flessibilità degli orari che finora i sindacati non hanno mai concesso, nonostante le pressanti richieste di Finmeccanica, in quanto significherebbe lassunzione della precarietà a condizione qualificante il lavoro salariato in sé; unintromissione del datore sullorganizzazione del tempo di vita tale da accentuare anche un tratto di mutazione antropologica ormai connaturata alla precarizzazione. Pensioni e tavolo sulla competitività, dunque: sono questi i due varchi stretti a cui lUnione è attesa nei prossimi mesi. Due passaggi sullo sfondo dei quali torna il tema della riduzione del costo del lavoro come architrave dellazione di governo e delle relazioni industriali, ma anche come principale ostacolo a un miglioramento positivo delle condizioni sociali. Bisogna attraversare quelle due secche e far rotta finalmente in mare aperto. Nuovi diritti, salari, formazione sono i lidi che ci aspettano e le risposte che ci si aspetta dal governo dellUnione. E quello che si aspettano da Mirafiori al più piccolo capannone del più piccolo indotto, dai banchi di scuola ai cubicoli delle nuove professioni, dalle serre ai laboratori, dai centri anziani ai centri sociali. Il profilo sociale e politico del centrosinistra si gioca insomma proprio in questi prossimi mesi. O prendiamo il largo oppure ci areniamo su quelle secche. Tornano perciò centrali il programma, la partecipazione, la democrazia: gli strumenti e lingegno per prendere il mare. Chi credeva che con la manovra finanziaria si fosse ceduto qualcosa alla sinistra, e che adesso invece è la sinistra che deve concedere qualcosa, parla solo di formule, non conosce le realtà in carne e ossa e non fa niente per conoscerla e affrontarla. Non cè una fase due semplicemente perché non cè stato una fase uno, perché non cè stato un tempo sbagliato in cui si sono accontentati alcuni (cioè la sinistra) che ora devono essere bastonati. Una è lUnione, uno è il suo programma e uno è il tempo in cui bisogna realizzarlo: quello della legislatura. Perché in credito non è questo o quellalleato, non questa casta o quella categoria, ma solo il nostro popolo. E il prestito che ci ha concesso è straordinariamente generoso, ma a cinque anni.
| |
| RIFONDAZIONE COMUNISTA | |