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Ora, almeno, esso è stato imboccato. Con l'assenso di tutti i soggetti più direttamente interessati, da Israele a Hezbollah. Con il ritorno sulla scena delle Nazioni unite, dopo anni di decadenza e inefficacia. Con la possibilità di estendere il suo mandato operativo a Gaza, nel fuoco del conflitto più lacerante, come hanno già preconizzato il presidente del consiglio e il ministro degli esteri. Nessuno, certo, può illudersi che sia a portata di mano un successo: i rischi della missione sono evidenti a chiunque, non soltanto dal punto di vista militare. Oggi, però, è la politica a tentare, finalmente, di essere protagonista, di sconfiggere la logica delle armi. Non era proprio questo che abbiamo detto, noi della sinistra, da profeti inascoltati, per anni e anni? Non abbiamo denunciato per tanto tempo l'assenza dell'Europa, della sua soggettività, della sua capacità d'iniziativa, proprio da quel cruciale scenario mediterraneo, "madre di tutte le crisi" mondiali? Per il governo italiano, ma specificamente per Prodi, D'Alema e Parisi, si tratta di un successo che si può definire "straordinario" - nel senso letterale del termine, oltre la ordinarietà politica e diplomatica. Un successo "interno", che ha schierato l'intera maggioranza su una strategia (quella detta ormai comunemente di "equivicinanza") nient'affatto scontata, se è vero che nell'Unione le posizioni marcatamente filoisraeliane e intensamente atlantiche non erano (e non sono) irrilevanti. Basti pensare alla reiterata "prudenza" di Rutelli, o agli accenti "continuisti" di Fassino, proprio sulla questione mediorientale. Ma anche e soprattutto un successo "esterno". Solo grazie alla determinazione italiana sono state vinte le resistenze della Francia e, forse, i dubbi di Kofi Annan. Solo in virtù di una sapiente alternanza di toni "forti" e abilità negoziale, tutti gli attori principali sono stati coinvolti, e hanno dato, o dovuto dare, disco verde. Naturalmente, non si è trattato soltanto di brillantezza tattica, ma dell'esito quasi "ncessitato" della drammaticità della crisi. Il fatto è che i trentatre giorni di guerra, consumati nell'insensata (e "non vincente") aggressione israeliana al Libano, hanno costituito tutto fuorché uno scontro locale. La prospettiva concreta, a tutt'oggi nient'affatto scongiurata, era ed è quella di un conflitto di proporzioni ancor più devastanti, e incontrollabili - una sorta di "quarta" o "quinta" guerra mondiale, tra occidente e mondo islamico, tra potenze atlantiche (l'asse Usa-Gran Bretagna-Israele) e Medio oriente. Qui, l'insensatezza avventuristica, e la debolezza, della politica di George Bush hanno toccato il loro apice - e la maggiore potenza mondiale, con il suo satellite britannico, si è trovata nell'impossibilità di esercitare un ruolo qualsiasi di mediazione politica. Qui,
l'ipotesi di un intervento europeo è apparsa, in sostanza, l'unica alternativa
in campo - così "ragionevole" che neppure il ministro degli esteri
di Tel Aviv ha potuto opporvisi. Insomma, il fallimento dell'unilateralismo imperiale,
come dottrina e come pratica del "governo del mondo", è nella
realtà, è conclamato. Merito del governo Prodi aver colto per tempo
questo dato e averlo trasformato in iniziativa. E per ora il risultato essenziale
- come dice Fausto Bertinotti nell'intervista di ieri al "Messaggero"
- è quello di un "riposizionamento strategico dell'Italia nello scacchiere
mondiale". L'inizio di una discontinuità vera nella politica estera
del paese. La riconquista di un protagonismo ampiamente perduto. Ma anche personaggi più presentabili, come Fini e perfino Casini, masticano amaro. Tanto che dobbiamo assistere a una campagna del centrodestra quasi grottesca, che oscilla tra inedite preoccupazioni "pacifiste" (improvvisamente si scopre che i nostri soldati sono esposti a gravi rischi, ciò che per l'Iraq e l'Afghanistan non era mai stato adombrato) e rivendicazioni di segno diametralmente opposto (il disarmo di Hezbollah come compito prioritario della missione, ovvero la sua piena trasformazione in missione di guerra, pericolosissima e al servizio degli interessi di Tel Aviv). Insomma, in questo frangente l'opposizione appare soprattutto spiazzata e confusa - e ne ha ben donde. Anni di vassallaggio atlantico, dove tutto, anche la Patria, è stato usato a sproposito, non si superano certo in poche settimane. Ma anche a sinistra sono diffusi i dubbi, le diffidenze, le ostilità, e per ragioni opposte, anzi antitetiche a quelle delle destre, e di alcuni settori "riformisti". C'è una prima perplessità di natura politica: non si è convinti che la missione italo-europea possa davvero svolgere un compito di pacificazione, di vera "interposizione, e si teme che essa finisca con il "coprire" gli interessi forti in campo, quelli del governo di Israele. Una sfiducia, in breve, che potremmo definire "preventiva", sul grado attuale di autonomia dell'Italia e dell'Europa, nonché sulla autorevolezza delle Nazioni unite. Motivata, prima che da un'articolazione analitica persuasiva, da una pregiudiziale "oppositiva" di tipo politico generale, e forse anche, sempre per citare Bertinotti, dalla difficoltà di passare dal "contro" al "per", nella lotta per la costruzione della pace. E' pur vero - lo abbiamo già scritto e non ci stanchiamo di riscriverlo - che l'eventualità di insuccesso, politico e militare, delle forze Unifil, sono reali. Ed è vero anche che il nuovo corso della politica estera italiana non passa per la denuncia formale di trattati o alleanze, ma per un processo sostanziale, fatto di atti concreti e anche di mediazioni, il cui esito "finale" non è certo garantito. E tuttavia appare francamente un po' miope non vedere, in questo caso, il senso di un passaggio, l'aprirsi di una possibilità, appunto l'avvio di un processo virtuoso, per quanto difficile esso sia. L'altra perplessità, di segno pacifista e nonviolento, coglie, invece, una contraddizione reale. Si può pensare di lavorare per la pace con un esercito, sia pure non belligerante, sia pure destinato a compiti difensivi, sia pure guidato da una superiore ragion politica? Si può essere pacifisti senza se e senza ma, e allo stesso tempo accettare di misurarsi sul terreno militare, senza poter escludere del tutto la logica della forza militare? Sono interrogativi seri, e difficili, molto più di quelli che nutrono la discussione, alquanto speciosa, sulle "regole d'ingaggio" dei soldati che andranno in Libano. Si può rispondere che, finché il mondo sarà insanguinato dalle guerre e dall'odio, il pacifismo non può essere "assoluto", vale a dire sganciato dal confronto con la realtà - una realtà dove il conflitto violento e distruttivo ha invaso largamente le cose e le persone, fino al punto da risultare "indistricabile". Ma siamo ben consapevoli dei limiti culturali di una posizione che può degenerare facilmente in "realpolitik" e in giustificazionismo. Possiamo
dire soltanto che la lunga lotta contro la guerra - contro tutte le guerre - conosce
una possibilità in più, avallata dalla comunità internazionale
e dai principali governi europei: quella di una forza militare consistente che
non va ad aggredire, a distruggere, a bombardare, ma precisamente a tentar di
metter fine ad aggressioni, distruzioni, bombe. Che verrà misurata, alla
fine, non sul numero di morti inflitte, ma sul numero di quelle evitate. Non sulle
armi usate, ma su quelle che saprà far tacere. Non sui diritti violati,
ma su quelli che sarà eventualmente in grado di ripristinare. A noi, per
la verità, non ci sembra poco. | |
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