Nei
neuroni-specchio il riflesso sociale della natura umana
di
Felice Cimatti
da
Il manifesto del 22 giugno 2005
Incontro
con Vittorio Gallese, autore di una tra le scoperte neurologiche più importanti
degli ultimi anni, quella dei cosiddetti «mirror neurons».
Quando
osserviamo un nostro simile compiere una certa azione si attivano, nel nostro
cervello, le stesse cellule che entrano in funzione quando siamo noi stessi a
compiere quel gesto. «Credo che questo contributo delle neuroscienze - dice
Gallese - possa essere importante nel suscitare nuove riflessioni in ambito etico,
politico ed economico. Perché ha messo in luce come la reciprocità
che ci lega all'altro sia una nostra condizione naturale, pre-verbale e pre-razionale.
L'animale
umano è un animale sociale, che per crescere e vivere ha, per sua natura,
bisogno della relazione - da quella fisica a quella comunicativa - con i propri
simili. Uno dei meccanismi fondamentali dell'interazione sociale è l'imitazione.
Cosa c'è di più semplice della capacità di imitare una azione
altrui? In realtà, come spesso ci capita, riusciamo a imitare certi gesti,
ma non abbiamo idea di come sia possibile farlo, di cosa si debba sapere per imitare.
Una tra le scoperte neurologiche più importanti di questi ultimi anni è
quella dei cosiddetti neuroni specchio, dovuta al gruppo di neuroscienziati -
di cui fa parte Vittorio Gallese - che lavora nel dipartimento di neuroscienze
dell'università di Parma. Di che si tratta? Quando osserviamo un nostro
simile compiere una certa azione si attivano, nel nostro cervello, gli stessi
neuroni (le cellule che compongono il cervello) che si attivano quando siamo noi
a compiere quella stessa azione. Per questo possiamo imitare l'azione altrui,
perché il nostro cervello risuona, per dir così, assieme a quello
della persona che stiamo osservando. Si tratta di un meccanismo cerebrale fondamentale,
perché permette una sorta di comunicazione non linguistica fra i cervelli.
C'è di più: se quel che fai tu è simile a quel che faccio
(o potrei fare) io, allora io sono in qualche modo tuo simile, e viceversa. La
soggettività umana, ma probabilmente anche quella di animali diversi dall'Homo
sapiens, nasce attraverso meccanismi cerebrali di questo tipo. Detto altrimenti,
l'animale umano scopre se stesso - così come sosteneva Merleau-Ponty -
come quel certo corpo che è, quella certa soggettività che è,
soltanto attraverso la relazione con l'altro. La più importante conseguenza
psicologica e filosofica di questa scoperta è che, evidentemente, contro
la tendenza individualistica prevalente nella psicologia contemporanea, in particolare
nelle scienze cognitive, la soggettività animale e umana in particolare,
è in realtà una intersoggettività originaria. Per parlare
di questi temi la rivista «Forme di vita» ha organizzato un incontro
- che anticipiamo in una versione più sintetica - con il neuroscienziato
Vittorio Gallese, il quale collabora da alcuni anni con filosofi della mente,
psichiatri e psicolinguisti alla elaborazione di un approccio multidisciplinare
all'intersoggettività.
Le scienze cognitive classiche si basano
sul modello del calcolatore, secondo il quale la mente è una specie di
computer. Una macchina di questo tipo ha bisogno, per funzionare, soltanto di
energia e di informazioni che elabora internamente. Pensare significherebbe dunque
calcolare: è un modello, questo, condannato all'idea che la mente sia una
entità isolata e solitaria, che non ha bisogno della relazione con gli
altri. Lei crede che le cosiddette scienze cognitive post-classiche, che spostano
l'accento dalla mente disincarnata alla mente in un corpo (in un robot, ad esempio),
rappresentino davvero una via di uscita al solipsismo? In altre parole, possiamo
considerare la socialità come una caratteristica intrinseca alla mente
umana, oppure è solo in un secondo momento, e in modo accessorio, che la
mente entra in relazione con un contesto sociale?
Nutro una profonda
perplessità nei confronti del solipsismo delle scienze cognitive «classiche».
Credo che questo paradigma sia giunto ormai al capolinea. La scienza cognitiva
classica ha concentrato i propri sforzi soprattutto nel chiarire le regole formali
che strutturano una mente essenzialmente solipsistica, prescindendo dal contesto
interpersonale in cui la mente si sviluppa. Si è molto meno indagato su
ciò che innesca il senso di identità di cui comunemente facciamo
esperienza quando entriamo in contatto con i nostri consimili. Credo valga la
pena di chiedersi se l'analisi solipsistica condotta dalla scienza cognitiva classica,
ispirata dalla psicologia del senso comune, costituisca l'unico approccio esplicativo
possibile. In particolare, dobbiamo chiederci se questo orientamento renda piena
giustizia agli aspetti fenomenici ed esperienziali delle nostre relazioni interpersonali.
La mia risposta a entrambe le domande è negativa. Come esseri umani, oltre
a percepire la natura esterna e oggettiva del comportamento altrui, facciamo esperienza
direttamente in modo pre-verbale anche del carattere intenzionale e teleologico,
in modo simile a come facciamo esperienza di noi stessi quali agenti consapevoli
e volontari di quanto ci accade. Da una prospettiva in prima persona, il nostro
ambiente sociale appare popolato da altri soggetti che, come noi, intrattengono
relazioni intenzionali con il mondo. In altre parole, ci troviamo naturalmente
in una relazione di «consonanza intenzionale» con le relazioni intenzionali
altrui. Questa prospettiva si applica non solo al mondo delle azioni, ma anche
e più in generale all'esperienza delle emozioni e delle sensazioni vissute
da altri. Non siamo alienati dal significato delle azioni, emozioni o sensazioni
esperite dagli altri non solo perché le condividiamo ma anche perché
abbiamo in comune i meccanismi nervosi che le sottendono. Grazie alla consonanza
intenzionale, l'altro che ci sta di fronte è molto più che un altro
sistema rappresentazionale: l'altro è un'altra persona come noi. Il sistema
dei neuroni specchio rappresenta verosimilmente il correlato nervoso di questa
consonanza intenzionale.
Uno dei capisaldi delle scienze cognitive
è la cosiddetta Theory of Mind, l'insieme di credenze in possesso di ognuno
di noi, secondo alcuni in modo innato, e attraverso le quali attribuiamo ai nostri
simili pensieri, intenzioni e scopi. Vale a dire che un essere umano si comporterebbe
in modo peculiare nei confronti di un suo simile, e diversamente da come si comporta
verso un oggetto inanimato, proprio grazie a questo insieme di credenze. Ora,
questa posizione presenta un grave limite, perché l'altro diventa una astrazione,
non qualcosa di immediatamente evidente. Come se nei confronti dell'altro dovessimo
sempre, in primo luogo, scartare un dubbio radicale: come faccio a sapere che
è veramente umano e non è, come in un celebre esempio cartesiano,
soltanto un automa? Qual è il suo punto di vista al riguardo?
Sono
abbastanza contrario all'uso della definizione Theory of Mind. Il motivo principale
è che suggerisce esplicitamente come la nostra capacità di comprendere
e interpretare il comportamento osservabile degli altri dipenda unicamente ed
esclusivamente dall'applicazione di una teoria. Un'ulteriore implicazione fuorviante
dell'utilizzazione del termine «teoria» per denotare le nostre facoltà
esplicativo-ermeneutiche in ambito sociale è rappresentata dalla falsa
aspettativa secondo la quale queste facoltà sarebbero assimilabili a un
orientamento di tipo scientifico, e razionale. La scoperta del sistema dei neuroni
specchio mette in luce invece l'enorme importanza del corpo vivo nella co-costruzione
del nostro rapporto con l'altro. Non a caso ho parlato di «simulazione incarnata»
(embodied simulation) per caratterizzare il meccanismo che descrive la funzione
dei neuroni specchio. In un certo senso i risultati delle nostre ricerche si avvicinano
alle riflessioni offerte dalla prospettiva teorica fenomenologica di autori come
Husserl e Merleau-Ponty. Sicuramente mi riconosco molto di più nella Fenomenologia
della Percezione di Merleau-Ponty che nella Mente Modulare di Fodor.
I
neuroni specchio permettono di spiegare fisiologicamente la relazione con l'altro,
ad esempio l'imitazione. Il punto è, però: quanto ha, di effettivamente
sociale, questo spazio governato dai neuroni specchio? La società è
fatta di persone che possono sempre essere fraintese, e possono agire - ovviamente
- in modo diverso da me. Perché ci sia libertà bisogna che non sia
obbligato, nemmeno dai miei neuroni, a imitare i miei simili. Che aiuto ci forniscono
i neuroni specchio per costruire una teoria naturalistica della società,
in cui siano presenti tanto gli aspetti di consonanza che quelli di dissonanza?
I neuroni specchio non spiegano e non possono spiegare tutto. Bisogna intendersi
sul livello di descrizione al quale vogliamo situarci. I neuroni - tutti i neuroni
- sono macchine computazionali, che del mondo conoscono solo ioni e le correnti
elettriche che quegli stessi ioni determinano fluendo dentro e fuori dalla membrana
che li circoscrive. Non possiamo ridurre ontologicamente il libero arbitrio ai
costituenti sub-personali dell'individuo. Questo tipo di riduzionismo ontologico
è per me del tutto privo di senso. Ma esiste un altro tipo di riduzionismo,
di tipo metodologico, che invece sposo in pieno. Abbiamo ottime possibilità
di comprendere meglio il livello personale di descrizione, quello che attiene
al singolo individuo e alla moltitudine di individui che costituiscono la nostra
società, utilizzando come chiave di lettura la chiarificazione dei meccanismi
neurali - quindi sub-personali - che sottendono il «funzionamento»
degli individui. È curioso come talvolta le scienze umane oscillino tra
una radicale dismissione, in ambito sociale, dell'utilità esplicativa fornita
dai risultati della ricerca neuroscientifica e una fiducia cieca nelle neuroscienze,
come possibile supporto a una teoria del tutto. In realtà non possiamo
perdere di vista l'esistenza di plurimi livelli di descrizione. Io sono fatto
dei miei neuroni e delle mie sinapsi, ma da un altro punto di vista sono anche
molto di più. I temi che costituiscono l'oggetto di queste domande rivolte
al neuroscienziato a mio avviso richiedono un approccio multidisciplinare.
Prendiamo il caso di Abu Ghraib: i neuroni specchio «sentono»
che l'altro sta soffrendo, ma la soldatessa Joe continua la tortura. Qui c'è
un contrasto netto fra fisiologia - la risonanza dei neuroni specchio della vittima
con quelli di chi la sta torturando - e il comportamento del soldato, che è
del tutto dissonante con quanto il suo stesso cervello sta probabilmente registrando.
Quel che ci dicono i neuroni specchio si può quindi mettere da parte volontariamente?
Ma allora, cosa ci dicono della nostra reale esperienza sociale?
I
neuroni specchio non «sentono». È la persona che comprende,
al livello dell'esperienza ciò che prova l'altro, anche grazie al meccanismo
di simulazione sostenuto dai neuroni specchio. Ciò detto, la domanda è
molto interessante ed esemplifica il possibile contributo delle neuroscienze alla
discussione etica. Credo che la capacità di fare esperienza di ciò
che prova l'altro non implichi necessariamente l'impossibilità di usare
la violenza contro di lui. Mi sembra una visione troppo deterministica. Si potrebbe,
al contrario, sostenere che non c'è miglior sadico di chi sa precisamente
quali siano le conseguenze della propria violenza su chi la subisce. Empatizzare
e simpatizzare con l'altro sono due processi distinti. Se vedo gioire il mio avversario,
posso comprenderne la gioia, grazie a un meccanismo empatico, senza necessariamente
condividere lo stesso sentimento, ma anzi più probabilmente derivandone
un sentimento negativo. Non va inoltre dimenticato come storicamente la violenza
di massa perpetrata nei confronti dei nostri simili si sia spesso accompagnata
al tentativo di dimostrarne la supposta alterità e sub-umanità.
Basta pensare allo sterminio delle popolazioni autoctone del continente americano
o australiano o all'olocausto degli ebrei. In tutti questi casi all'altro viene
negato la status di essere umano, forse anche per ridurre con un meccanismo top-down
di tipo cognitivo, l'impatto emotivo indotto dall'esperienza delle sofferenze
cui l'altro viene assoggettato.
Veniamo ora a un altro campo dell'esperienza
umana, il linguaggio. Mi domando se quando è in gioco la comprensione linguistica
non si verifichi qualcosa di simile al meccanismo indotto dai neuroni specchio.
In altri termini, capire ciò che un altro dice significa in qualche modo
risuonare ai suoi enunciati?
Si. Vi sono evidenze preliminari che
sembrano suggerire come la comprensione semantica del linguaggio sia mediata,
almeno in parte, da meccanismi di simulazione o «risonanza» che vedono
coinvolto il sistema motorio. Comprendere una frase che esprime un'azione sicuramente
induce a attivare parte degli stessi circuiti nervosi motori coinvolti durante
l'effettiva esecuzione di quella stessa azione. Ma ci si può spingere oltre.
In un articolo che ho appena pubblicato su Cognitive Neuropsychology insieme a
George Lakoff, sosteniamo appunto come gran parte dei concetti che normalmente
utilizziamo nel linguaggio e nel pensiero abbiano radici sensori-motorie. Credo
che l'idea del linguaggio come un dominio modulare vada messa in discussione.
Penso invece che il linguaggio rappresenti un esempio di «exaptation»,
cioè l'acquisizione di nuove funzioni adattative da parte di competenze
che si sono originariamente sviluppate ed evolute per fini diversi da quelli del
linguaggio come noi oggi lo conosciamo. Non so fino a che punto potremo spingerci,
ma è un tema di ricerca estremamente affascinante a cui sto dedicando assieme
ai miei colleghi sempre più energie.
Lei crede che i neuroni
specchio, aiutandoci a spiegare la dimensione sociale intrinseca agli esseri umani,
possano esserci d'aiuto anche per costruire una teoria materialistica della politica?
La realtà contemporanea ci offre continuamente esempi che contraddicono
in modo palese l'idea cara alle scienze cognitive classiche della supposta razionalità
perfetta dell'essere umano. Le nostre scelte, scelte politiche incluse, non sempre
obbediscono a criteri di razionalità. In altri termini, spesso non scegliamo
ciò che favorisce e garantisce i nostri interessi. Spesso scegliamo, invece,
opzioni che fanno appello a dinamiche che potremmo definire «irrazionali»
(ammesso che questa visione dicotomica razionale/irrazionale abbia un senso),
cariche di componenti emotive. La rinnovata presa su milioni di persone di vari
tipi di fondamentalismo ne costituisce una chiara esemplificazione. Inoltre, la
dimensione globale e globalizzante dei moderni mezzi di comunicazione di massa
rende quanto mai importante essere consapevoli di come le nostre scelte possano
essere condizionate dai processi di «framing» cognitivo cui siamo
continuamente esposti. Le stesse decisioni politiche possono essere recepite in
modo positivo o negativo a seconda di come vengono presentate. Parlare di «flessibilità»
è, per esempio, molto diverso dal parlare di «precarizzazione».
Credo che le neuroscienze cognitive possano aiutare a spiegare, e forse in un
certo senso a «smascherare» questi meccanismi che vengono scientemente
impiegati per manipolare e condizionare il consenso politico. In termini più
specifici, mi piace pensare che la scoperta dei neuroni specchio abbia messo in
luce un aspetto cruciale della nostra dimensione sociale, cioè la dimensione
della reciprocità che ci lega all'altro. Il meccanismo esemplificato dal
sistema dei neuroni specchio gioca un ruolo fondamentale nella costruzione del
senso d'identità sociale, che è un processo di co-costruzione rispondente
appunto a regole di reciprocità. Questa identità sociale è
pre-verbale e pre-razionale, è una condizione appunto «naturale»
che ci mette nelle condizioni di accogliere l'altro come simile a noi, dal momento
che condivide con noi le stesse esperienze, e lo fa in quanto ha in comune con
noi gli stessi meccanismi neurali che le sottendono. Credo, dunque, che questo
contributo delle neuroscienze possa essere importante nel suscitare nuove riflessioni
in ambito etico, politico ed economico.