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Essere di sinistra e radicali non è peccato
Gennaro Migliore (da Aprileonline)

Dibattito a sinistra La relazione tra politica e società deve essere affidata all'unica mediazione del governo oppure occorre ricostruire una capacità di iniziativa dei corpi intermedi, dai movimenti ai sindacati senza escludere i partiti?

Per fortuna Romano Prodi ha ignorato l'accorato appello di Eugenio Scalfari. Non avremo, quindi, un Presidente del Consiglio che flirta con ipotesi di "salute pubblica", che arrivano fino alla richiesta di "dittature democratiche". Una boutade?
Pensate se qualcuno lo avesse chiesto a Berlusconi. Le colonne di piombo dello stesso Scalfari sarebbero state incandescenti, prive di dubbi e avrebbero invocato quanto meno un "comitato di liberazione nazionale".
Non siamo a questo, ma un autorevole commentatore democratico lo ha immaginato.

Ha qualcosa a che vedere questa vicenda con il dibattito sulle "culture di governo" lanciato da Bertinotti e ripreso in varie forme da Vendola, Sansonetti, Caldarola sulle pagine di Liberazione? Credo di si. Almeno per l'orizzonte che si impone a quelli che pensano che la "governabilità" sia la caratteristica principale da realizzare in questa fase. Chi pensa questo o si dispone alla subalternità del proprio ruolo (agire mentre i moderati si distraggono, per non rischiare di farli arrabbiare con noi!), o si prepara alla difesa del "palazzo" contro chi lo sollecita, lo incalza, lo contesta e financo lo combatte democraticamente.

Penso che la strada della sinistra sia quella di recuperare un diverso baricentro, cioè di ricostruire, come dice Bertinotti, una cultura di sinistra. Potenzialmente egemonica, aggiungerei io.
Anche per poter svolgere meglio la propria azione all'interno di una eventuale esperienza di governo.
Dobbiamo liberarci da complessi di inferiorità e da autocensure che sono utilizzate per esecrare il capro espiatorio.
Stare a Vicenza, e ritornarci se necessario, è una condizione minima di azione politica. Ma non per fare testimonianza, quanto per rivendicare quel percorso dentro la società che è parte essenziale della nostra sfida non "di governo" bensì "dentro il governo".
Non ho mai creduto al fatto che cambi posizione e comportamenti a seconda se sei in maggioranza o all'opposizione. Un partito come Rifondazione se rinunciasse oggi a questa sfida, che si può anche chiamare apertamente contraddizione, non sarebbe capace di stare nel governo, ma neppure di stare, in un eventuale futuro, all'opposizione.
Non si tratta di una astratta "coerenza", ma di un progetto politico che ha bisogno di prendere fiducia in se stesso. Non vorrei apparire semplicistico ma, in un quadro in cui i nostri alleati difendono il bipolarismo, è un problema anche loro difendere la collegialità e la pluralità della coalizione. Oppure vogliamo accreditare la tesi secondo cui vale di più l'1% di Mastella, in virtù della sua "utilità marginale"?
Non c'è peccato originale nell'essere di sinistra e radicali. Non si faccia prevalere il senso di colpa che porta dritti nei cunicoli della realpolitik.

C'è una cosa, in particolare, che ho apprezzato del discorso di Prodi: il ritorno della società nel discorso politico. Siamo in una contesa politico intellettuale, su questo piano, con lo stesso premier. La relazione tra politica e società deve essere affidata all'unica mediazione del governo oppure, come sono persuaso, ricostruendo una capacità di iniziativa dei corpi intermedi, dai movimenti ai sindacati senza escludere i partiti? La nostra risposta non riposa nell'empireo dell'autonomia del politico, ma nella dura materialità dell'esperienza sul campo.

28 febbraio 2007
*Capogruppo PRC alla Camera dei Deputati


RIFONDAZIONE COMUNISTA