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Convivenze difficili. L'occidente tra declino e utopia
Dal socialismo ''delle possibilità'' a quello ''possibile''. Un volume di Rino Genovese

Federica Montevecchi (da Aprileonline)

Dei trentuno capitoli che compongono il volume di Rino Genovese, Convivenze difficili. L'Occidente tra declino e utopia, quelli intitolati "Socialismo delle possibilità" e "Socialismo possibile" risultano di centrale importanza, costituendo uno degli obiettivi, se non l'obiettivo, dell'intero discorso, e offrendo alla riflessione teorica nuovi punti di partenza.
Secondo Genovese l'idea socialista, così com’è stata elaborata nella versione marxiana, presenta due caratteri dominanti: l'universalismo e l'economicismo, aspetti che determinano una visione unica della storia ed escludono qualsiasi riflessione sulla diversità delle culture. Il fallimento storico del socialismo nelle sue applicazioni dispotiche e l’inadeguatezza del marxismo come visione del mondo non hanno portato, tuttavia, a ridimensionare l'importanza del fattore economico nelle analisi del mondo contemporaneo. Lo stesso concetto di globalizzazione, presentato come uno strumento in grado di ridurre la complessità attuale e capace di dar conto di una presunta nuova epoca, è ancora prigioniero di una visione unilaterale ed economicistica della storia, nonostante le molte smentite fornite dalla realtà. Il fatto che la nozione di globalizzazione debba sempre essere messa a confronto con le istanze localistiche la dice lunga sulla sua inadeguatezza descrittiva rispetto a un mondo in cui si mescolano tradizione e modernità, passato e presente. Un mondo ibridato, in cui le scelte e le aspettative degli uomini, delle donne e dei popoli non sono mai del tutto omologabili a causa delle diverse e conflittuali radici culturali, mediante il richiamo alle quali s’inventano e reinventano storie secolari di abitudini, credenze, valori.
Il termine “ibridazione” – che indica una mescolanza delle culture non meno che dei tempi storici – è introdotto allora da Genovese per dar conto della contraddittorietà del mondo: esso mostra indirettamente quanto la ricerca di nuove parole in grado di descrivere il presente non possa affidarsi a logiche univoche e semplificatrici, a pensieri unici. Anche il pensare la storia per fasi successive risulta banalizzante, soprattutto in un tempo, come quello odierno, che inviterebbe piuttosto all’uso di una logica polare, perché il presente coesiste con il passato, la modernità con il suo contrario. La caoticità e la complessità richiederebbero anzitutto categorie diverse, un cambiamento di mentalità che invece fa fatica ad affermarsi. Questa difficoltà, il restare ancorati a schemi mentali univoci, si nota anche nei tentativi di costruire nuove strategie per le socialdemocrazie europee. Lo stesso Giddens che negli ultimi anni, con il volume La terza via, ha fornito uno dei contributi più interessanti, non riesce a liberarsi dall’idea di una storia “per fasi”, preso com’è in una logica incapace di pensare le coesistenze. La "ridistribuzione delle possibilità" proposta da Giddens, che vorrebbe collocarsi fra il neoliberismo e la classica socialdemocrazia statalista al fine di includere nella società civile chi ne è escluso dal mercato, non fa che lanciare al neoliberismo la sfida di un universalismo rivisitato. Ma è una sfida debole, che non s’interroga adeguatamente intorno al concetto di possibilità, perché – scrive Genovese – "le possibilità, nella vita degli individui come nella storia, non sono affatto contenute in un serbatoio da cui si possono tirare fuori a piacimento, per essere monopolizzate da pochi secondo il neoliberismo o ridistribuite a favore dei molti secondo la terza via".
Anche il concetto di possibilità richiede una capacità di comprensione tutt'altro che univoca, una logica che tenga conto del fatto che eguaglianza significa fornire non impossibili possibilità eguali, ma possibilità differenti che, nelle diverse biografie, siano però egualmente realizzabili. Una logica che tenga conto dei vincoli esistenti fra le diverse possibilità e fra le possibilità realizzate e quelle da realizzare: che consideri insomma le numerose concatenazioni di fattori, limitanti e talvolta bloccanti, che condizionano i desideri di ciascuno. L'universalismo dei diritti, garantito dalla democrazia, è chiamato dalla complessità del mondo e delle singole esistenze a considerare i vincoli propri delle specifiche condizioni culturali e di genere (e anche quelli all'interno dello stesso genere, perché una donna del Nord si trova a vivere condizioni diverse da quelle di una del Sud), a cogliere dunque situazioni particolari spesso polarmente conflittuali. Situazioni che richiedono una ridistribuzione delle possibilità intesa come “ridistribuzione del potere”. Genovese sostiene che un universalismo "intelligente è un universalismo corretto da una buona dose di relativismo", e questo correttivo è fornito proprio dal socialismo, cioè da quel pensiero politico che può combinare l'inclusione, propria della democrazia, con la sensibilità per le differenti identità, affratellandole e cercando di sviluppare le possibilità di ciascuno.
Ma quale socialismo ha in sé le capacità di affrontare un compito di questo genere? Nella risposta a questa domanda si delinea la proposta di un socialismo possibile. Un socialismo liberato dal vizio economicistico, capace di ripartire dai concetti di individuo e di libertà, da quel patrimonio utopico già messo in secondo piano da Marx, e poi definitivamente dimenticato dal socialismo collettivistico e dispotico del Novecento. Un richiamo, questo di Genovese, a un’eredità culturale in gran parte non spesa: a un’idea di politica capace di esprimere un modo di comprensione e di conduzione della “vita comune”, intendendo, quest’ultima, come un insieme intrecciato e spesso conflittuale di relazioni fra forme differenti di esistenza umana, a cominciare da quelle fra i singoli individui fino a quelle fra genti di opposte parti del pianeta.
Proprio il compito di governare questo mondo ibridato e conflittuale è affidato al socialismo possibile. Governo del conflitto significa non soltanto riconoscere che il conflitto è connaturato alla dimensione umana (viviamo nel conflitto: per esempio fra donne e uomini, e perfino all’interno di noi stessi), ma anche riconoscerne l’importanza al fine di avviare la soluzione dei problemi e come premessa per stabilire dialoghi profondi e tolleranti. È l'idea dell'inevitabilità e della necessità del conflitto la prospettiva da cui ripartire per pensare una politica degna del nome. Solo l'accettazione del conflitto può evitare la chiusura e la difesa insensata di se stessi, del proprio territorio, della propria cultura. Un socialismo possibile sarà allora quello capace di valorizzare l’inesauribilità della comunicazione sociale, con l’obiettivo di accrescere le possibilità degli individui; sarà quello che terrà insieme il carattere particolare dei conflitti sociali con l’incessante rinnovamento dell'universalità dei diritti.



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