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Il
Segretario di Rifondazione: le richieste della Nato sono irricevibili, da Kabul
dobbiamo andarcene, Massimo e Romano non decidono da soli
Voterà
sì, voterà no, cosa farà Rifondazione comunista sulla missione
in Afghanistan? «Prima di decidere come votiamo dobbiamo mettere
a punto unexit strategy anche da Kabul. La nostra opzione politica rimane
quella del ritiro, così come per lIraq». Questo dice il nuovo
segretario del Partito, Franco Giordano, una sorta di condizione messa sul tavolo
dellUnione. Dunque se alla fine sarà un sì, sarà un
sì sofferto ma che soprattutto dovrà essere accompagnato da un documento
di tutta la maggioranza che indichi un cambiamento di strategia e forse anche
una scadenza per le nostre truppe in Afghanistan. Il partito di Bertinotti non
ha certo intenzione di far cadere il «suo» governo su Kabul, così
come lo stesso Presidente della Camera disse quasi due mesi fa durante lultimo
Comitato politico da segretario. Ma prima di arrivare al voto cè
un percorso politico da fare, anche accidentato, che consenta a Rifondazione di
ottenere un risultato appunto politico in cambio del suo eventuale voto positivo. Giordano,
però Prodi e DAlema hanno appena detto che la nostra presenza militare
in Afghanistan non è in discussione, aggiungendo anche che le nostre truppe
potrebbero addirittura aumentare. «Le affermazioni di Prodi e di
DAlema sono di Prodi e di DAlema». Uno
però è il premier e laltro il ministro degli Esteri... «Questo
lo so, ma so anche che il capitolo Afghanistan non era stato inserito nel Programma
dellUnione non per caso ma proprio perché avevamo opinioni molto
diverse. Sarebbe inaccettabile che su materie non discusse si presenti una sorta
di tolda di comando che decide e lintendenza segue. Se poi questa tolda
fosse lUlivo allora si snaturerebbe lalleanza di centrosinistra. Ecco
perché noi pensiamo che oggi sia arrivato il momento di ri-discutere la
nostra missione in Afghanistan, dove il conflitto in corso peggiora e i rischi
si moltiplicano». Dunque,
voterete no? «Non ha senso dire oggi cosa voteremo, non ha senso
perché noi pensiamo che si debba cambiare totalmente la politica estera
dellItalia costruita dal governo Berlusconi. Le nostre missioni di guerra
vanno sostituite con vere missioni di pace, magari in Darfur o in Palestina dove
cè molto più bisogno di noi che a Kabul o a Nassiriya. Bisogna
ripristinare le gerarchie, non possiamo continuare a farci dettare lagenda
dei nostri impegni internazionali dagli Stati Uniti. E esattamente di questo
che stiamo discutendo con tutto il resto dellUnione, e non è un caso
che nella riunione dei capigruppo dellaltro giorno sia nata lidea
di una mozione di indirizzo rivolta al governo su tutta la politica estera».
Ma
nel frattempo siamo in Afghanistan, con la Nato che ci chiede truppe speciali
e aerei da bombardamento. Che fare? «La richiesta del segretario
generale della Nato è irricevibile, non se ne parla nemmeno. La nostra
opzione politica era e resta il ritiro da Kabul. Come per lIraq bisogna
mettere in campo unexit strategy anche dallAfghanistan». In
altre parole, se il decreto fosse accompagnato da un documento che prevede il
ritiro da Kabul magari con una data seppur lontana, per voi sarebbe più
facile votare sì? «Io mi muovo con più calma, vediamo
cosa produce la discussione nel centrosinistra. Certamente Rifondazione vuole
che si arrivi a un voto in cui lUnione dimostri di essere autosufficiente,
ossia voti tutta nello stesso modo. SullIraq, sullAfghanistan e sulla
politica estera in generale». Cè
una certa agitazione nel vostro partito e in tutta la sinistra radicale dal Pdci
ai pacifisti. Cè chi vi accusa di aver sacrificato i principi sullaltare
del governo. «Ma non scherziamo. A me comunque non interessa la
propaganda, mi interessano i fatti. Ed è un fatto che la nostra battaglia,
dico nostra per dire di tutti i pacifisti, abbia ottenuto un risultato concreto:
lItalia si ritira dallIraq». A
proposito, bisognerà votare anche il rifinanziamento della missione irachena.
«In questo caso è tutto più semplice, votiamo sì
perché è un sì al finanziamento del ritiro». da
La Stampa del 15/6/2006
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