Il Pablo Rosso home page

 


Intervista a Giordano: «La sinistra ha un corpo forte ora deve trovare l’anima»
di Stefano Bocconetti (da Liberazione)


Giordano cos’è accaduto ieri? Cos’è avvenuto nelle elezioni amministrative?
«Mi sembra che i dati parlino chiaro: è indiscutibile che le destre hanno perso consensi. E direi che questo avviene in modo clamoroso. Soprattutto quando esponenti del vecchio governo vengono messi a confronto coi sindaci dell’Unione».

C’è, però Milano. Lì, la Moratti ha vinto.

Ma anche lì, anche dove prevalgono, nessuno può contestare il calo di consensi alle destre. Le distanze fra il loro e il nostro schieramento si riducono radicalmente. Lo dicono i numeri. E parlano i dati anche in Sicilia, dove quella splendida persona che è Rita Borsellino, ci fa prendere cinque punti in più rispetto ai partiti della coalizione. Questo è successo. Ed è successo anche a Milano dove la Moratti ha dissipato una distanza di venti punti di vantaggio. Ed è successo dappertutto. A testimonianza che è falsa, oltre che offensiva, l’idea che c’è un paese diviso, fra un Nord produttivo e un Centro-sud improduttivo, che sceglie l’Unione. Un’analisi che testimonia solo della regressione culturale di chi la elabora. Ma quale Nord? Perché il Piemonte che dà il 60 per cento a Chiamparino dov’è?


Vuol dire che le destre che un mese e mezzo fa hanno conteso fino all’ultimo la vittoria all’Unione ora già stanno arretrando?

Loro dicono che esiste uno scarto nel voto alla Casa delle Libertà fra le politiche e le amministrative. E in un certo senso è vero…

Eppure, le amministrative dovrebbero favorire il voto clientelare, non è così?

Sicuramente, pensa solo alla Sicilia, esiste quest’elemento. Ma io facevo un ragionamento più generale. Pensavo cioè a quell’operazione fatta dalle destre, dal suo leader alla vigilia del voto politico.


Come la definiresti quell’operazione?

Berlusconi ha ricomposto tutto ciò che aveva contribuito a disgregare, unendolo in una sorta di sogno regressivo. Alimentato, sorretto dalle paure. Vecchie e nuove: la paura del migrante, del no global, del diverso. Il collante insomma è stato la ricerca ossessiva del nemico.


Però non gli è riuscito di ripetersi. Come mai?

Perché quella formula funziona sul piano nazionale. Non ha molto appeal su una scala più ristretta, quando c’è in gioco un’amministrazione comunale. Lì, si scende su un terreno dove si muovono altri interessi, prevalgono questioni che hanno a che fare col territorio. E lì le paure ancestrali funzionano meno. Posso usare un metafora?


Direi proprio di sì.

Eccola: loro hanno un’anima. Un’anima nera. Ma hanno difficoltà a costruire un corpo.


E l’Unione invece per restare nella stessa metafora?

Se vogliamo ha il problema opposto. Lo dico tanto per schematizzare però un fondo di verità c’è: l’Unione tende ad avere un corpo. Tende ad essere organizzata, strutturata nel territorio. Se ha una difficoltà però è proprio quella ad esprimere un’anima.


Ma che intendi?

Per anima? Intendo un’idea di società, un popolo che si nomina portatore di un progetto alternativo. Ecco, questa è l’anima. Ma se vuoi, anche qui, si può fare un esempio…

Quale?

Il caso della Puglia. Cos’è accaduto lì? Quando la tua politica s’è costruita su una comunità solidale, contrapposta alla logica clientelare e nobiliare di Fitto, hai vinto. Al contrario, quando - alle elezioni politiche - alle parole d’ordine regressive di Berlusconi non hai saputo contrapporre una visione alternativa, hai perso. Ecco questa credo sia l’anima: la fai costruendo popolo, costruendo partecipazione che in qualche modo alluda all’alternativa. L’esatto opposto della filosofia delle destre. La nostra anima insomma la vorrei inclusiva, solidale, partecipata. E non pensare che siano discorsi astratti. L’ho visto personalmente, in Sicilia, l’emozione che ha suscitato Rita e come, con questa, sia riuscita a travolgere interessi mafiosi consolidati. E da lì noi ripartiamo. Anche se, certo, è drammatico il fatto di non avere rappresentanti di Rifondazione nel Parlamento siciliano.


Il tema, l’hai già introdotto. A sinistra, cosa cambia col voto di domenica?

Non ci può essere un giudizio univoco, che vada bene per tutte le situazioni. Però non mi sottraggo e ti rispondo che il dato, uno dei dati più rilevanti, è la crescita di consensi all’Ulivo.


Perché, secondo te?

Perché in qualche modo risponde ad una domanda, magari semplificata, ma che esiste nella società italiana: è la domanda di aggregazione. Così viene vissuto l’Ulivo. Non viene percepito, insomma, come elemento moderato ma aggregativo, unitario. E questo, inutile girarci attorno, è un elemento che deve stimolare tutti. Noi compresi.


Ti riferisci alla sinistra europea, della nuova aggregazione della sinistra radicale?

No, non mi fraintendere. Non penso affatto che il processo che abbiamo avviato viva di riflesso, sia speculare alla costruzione del partito democratico. Però c’è una sfida. E tutto ci spinge ad accelerare quel percorso. E lo dobbiamo fare rapidissimamente. Tempo e spazio sono stretti, insomma.

Insisti sul nuovo soggetto della sinistra radicale, però Rifondazione non è andata benissimo alle elezioni.
La tua definizione mi sembra eccessiva. Sicuramente è stato un voto disomogeneo. C’è una sostanziale tenuta e ci sono anche molti segnali di una discreta crescita. Certo, però, queste affermazioni si riferiscono ad una media. Una media che nasconde lo stupendo risultato di Torino (dove siamo passati dal 4,3 al 7,8, e siamo addirittura sopra le politiche) ma anche zone dove siamo in difficoltà. Per tutte valga Milano.


E perché in qualche zona si arretra?

Ti potrà sembrare strano ma anche per noi - così diversi dalla destra - esiste un problema fra le politiche e le amministrative. Quando si tratta di un voto nazionale, siamo percepiti come la forza che ha più identità. Torno alla metafora di prima: siamo percepiti come la forza della coalizione che ha più anima. Abbiamo però ancora un insediamento insufficiente.


Ma perché proprio a Milano è andata così male?

Azzardo una risposta. Il voto ci ha colto, ci ha “fotografato” proprio nel bel mezzo di un passaggio difficile”.


Fra cosa e cosa?

Sì, il voto ci ha fotografato in questo passaggio. Mi spiego: mentre le altre forze politiche hanno rinunciato, di fatto, ad una presenza nella società e si sono ridotti a comitati elettorali, insomma hanno assecondato al loro interno il processo di modernizzazione capitalista, noi abbiamo ancora l’ambizione a costruire un paese nel paese, per dirla con Pasolini. Abbiamo ancora l’ambizione a costruire una trama di relazioni, un “fare società” che è la nostra innovazione. Questo è il partito dell Rifondazione che servirà alla Sinistra europea. Ma l’obiettivo è ancora lontano, c’è da lavorare. E il voto, il voto di Milano e di altre parti, ci ha colto nel bel mezzo di questo cammino. Ha messo a nudo alcuni ritardi, insomma.


Ma sei sicuro che nel piccolo o grande calo di consensi al Prc in alcune zone del paese non ci sia anche un giudizio, un primo giudizio sulle vicende di queste settimane? La composizione del governo, le esternazioni di qualche ministro alleato, ecc?

No, francamente tutto ciò non c’entra nulla, in un governo che ha cominciato a lavorare da troppi pochi giorni. E poi, francamente, mi sembra che se ci sia un dato è quello con cui abbiamo iniziato: e che cioè il consenso alla coalizione si estende. No, francamente mi sembra un argomento risibile.


Insomma, e per fare un esempio: non c’è alcun mal di pancia rispetto ad articoli come quello di D’Alema sul «Corriere», dove dice che il ritiro dall’Iraq va concordato addirittura con gli Usa?

Al di là delle affermazioni di D’Alema, che non rispecchiano la traccia indicata dal programma dell’Unione, sono convinto che il ritiro debba avvenire in forme non equivoche, Vale a dire col rientro di tutte le truppe, subito. Perché occorre un segnale di discontinuità. E un altro eventuale impegno civile deve avvenire col placet dell’Onu ma solo in un secondo momento.


E l’Afghanistan?

Gli ultimi fatti testimoniano, credo a tutti, che anche lì è in corso una guerra. E credo allora che occorra avviare fra le forze di maggioranza una riflessione, per fare un bilancio di queste iniziative, per ripensare la nostra presenza militare. Ripensarla definitivamente e ragionare sul ritiro. Di più: per ripensare a come supplire all’assenza di iniziative italiane, laddove invece sarebbero davvero necessari sforzi per la pace. Penso alla Palestina, dove indipendentemente dalle scelte di Hamas, c’è un nostro preciso dovere: intervenire per alleviare le sofferenze del popolo palestinese e restituire uno spazio negoziale effettivo. Che porti a due Stati, dove possano vivere due popoli.


L’ultima battuta è personale: com’è andato questo primo mese da segretario?

Faticoso, molto faticoso. Però anche entusiasmante. Riesco a vedere l’inizio di un nuovo modo di lavorare. E’ come se tutti, insomma, avessimo avvertito che la straordinaria capacità di direzione di Fausto avesse lasciato un vuoto, incolmabile. E che questo vuoto potesse essere in parte riempito solo con la solidarietà, con l’impegno collettivo. Condiviso, da tutto il partito. E questo si è tradotto in affetto, in solidarietà, in vicinanza. Cose che ti aiutano.


RIFONDAZIONE COMUNISTA