Hackmeeting 09,
la nona edizione del ritrovo annuale delle controculture digitali. Duemila tra
programmatori, mediattivisti e grafici accomunati dalla lotta contro brevetti,
diritti d'autore e città vetrina
Hacker
a convegno, il sogno di una cultura senza copyright
di Arturo
Di Corinto (da Liberazione)
Cosa direste se qualcuno vi impedisse di
aprire il cofano dell'automobile per cambiare da soli il filtro dell'aria senza
passare per la concessionaria? Cosa accadrebbe se vi chiedessero di pagare ogni
volta che rileggete un libro dalla vostra biblioteca personale? Come rispondereste
se volessero identificarvi quando entrate al supermercato? Probabilmente vi arrabbiereste.
E tanto.
Eppure è quello che fanno produttori di hardware, software
e rivenditori di servizi Internet che stanno trasformando l'era dei computer in
una società della sorveglianza dove non si sarà più liberi
di disporre liberamente dei propri oggetti digitali o di muoversi nella rete delle
reti.
E proprio per parlare di questo, ma non solo, gli hacker italiani
si sono riuniti a Parma per una tre giorni di incontri, feste e dibattiti. Raccolti
intorno al nono Hackmeeting, il ritrovo annuale delle controculture digitali del
Belpaese, in uno stabile recuperato dall'abbandono per ospitare l'evento, una
ex-sede Usl, circa duemila tra programmatori, mediattivisti, grafici ed esperti
di sicurezza informatica hanno condiviso saperi e informazioni su tutto lo scibile
di reti, software e computer in maniera gratuita e autogestita. I seminari, alcuni
dei quali farebbero invidia al Mit di Boston, hanno fatto il punto su tre questioni
fondamentali di Internet e della comunicazione online: la privacy, la sicurezza,
la libertà delle interazioni digitali, riconoscendole come tematiche interconnesse.
Non è ovvio infatti ricordare che ad ogni richiesta su un motore
di ricerca si viene tracciati e che i dati che produciamo nelle nostre interazioni
vengono infilati dentro statistiche e database commerciali: questo dovrebbe renderci
più avvertiti che ogni connessione alla rete è trasparente se non
adeguatamente protetta; oppure potrebbe disturbarci sapere che ad ogni parola
chiave digitata i soliti motori associano delle pubblicità ad hoc per guidarci
lungo percorsi di scelta prestabiliti dagli inserzionisti, temi questi trattati
nel seminario parmense sulla "parte oscura di Google".
Ugualmente
si dovrebbe considerare che essendo oggi molti servizi della vita quotidiana dipendenti
dalla qualità e dalla robustezza dei server computer che ne gestiscono
i flussi - come la distribuzione di energia elettrica o di gas, l'home banking
o il fisco elettronico - abbassare la guardia sulla mancanza di trasparenza dell'hardware
e del software usati potrebbe essere assai pericoloso, e perciò molti discorsi
si sono orientati a capire come e con quali sistemi garantire l'inviolabilità
delle macchine, partendo dal concetto opposto, cioè come è possibile
violare la loro sicurezza.
Il concetto di libertà è stato
però il leit motiv di tutte le giornate seminariali. "Libertà
da" censure, monopoli, violenza e repressione. "Libertà di"
condividere, creare, apprendere, cooperare, in tempi dove un nuovo oscurantismo
tecnologico vorrebbe modificare abitudini inveterate come quella di prestare un
film, una canzone, un libro digitalizzati. Questo è lo scenario nel quale
ci introducono le tecnologie per la gestione dei diritti digitali (i cosiddetti
Drm) e il trusted computing, quei dispositivi hardware e software di nuova generazione
in grado di riconoscere se un software, un cd o un dvd sono stati pagati oppure
no, se sono originali o masterizzati, e finanche di impedirne l'esecuzione. Ma
anche la libertà di mettere le mani dentro un programma software e riscriverlo
se si inceppa, senza andare incontro a una denuncia per violazione di brevetto
o di copyright. O ancora, la libertà di costruire su ciò che gli
antenati ci hanno lasciato in prestito: un'aria, un dramma, un film, per farne
opere derivate, mantenere quel legame creativo fra le generazioni e impedire l'amnesia
collettiva della storia.
Ma anche libertà di vivere in una città
che sia tale, luogo di incontri, convivialità e progetti e non solo vetrina
di merci costose e residenza di furbetti. Una libertà che gli occupanti
della ex Usl di via Buffolara hanno rivendicato, ponendo la questione degli spazi
sociali in una città, Parma, dove i luoghi di aggregazione a pagamento
obbediscono alla logica del divertimentificio, dimenticando una lunga storia di
città aperta e solidale. Una città iperproduttiva dove non c'è
spazio per l'ozio creativo e dove il pensiero dominante è quello del consumo.
Una prospettiva, quella del "produci, consuma crepa", avversata
da molti degli hacker presenti che, restituendo alla città uno spazio fatiscente
hanno recuperato il tempo della socialità, per pensare e imparare insieme,
dando dimostrazione di come riciclare conviene ed è divertente. Come? Ad
esempio costruendo dieci "cantenne", cioè le antenne wireless
che si ricavano dalle lattine di birra grazie a un seghetto e qualche nozione
di teoria della trasmissione delle onde elettromagnetiche. Oppure azionando un
motore Sterling, cioè un motore a calore, messo in funzione a via Buffolara
dalla concentrazione dei raggi solari tramite una piccola parabolica rivestita
di alluminio, occasione per ragionare anche sul digital divide dei paesi dove
non ci sono né computer né elettricità. O ancora il *Magosauro*,
della comunità Gentoo, un computer Linux costruito dentro una scatola di
plastica di giochi per bambini e ribaltare la logica che vuole dotarci di computer
sempre più potenti, sempre più costosi, impedendone però
gli usi non convenzionali né prestabiliti dai produttori.
L'hackmeeting
di Parma è stato tutto questo e la sua conclusione, in un'atmosfera rilassata
e amichevole non poteva che essere un invito a perseguire nuove modalità
di resistenza e di conflitto di fronte alle costanti minacce alla libertà.
Perchè, come dice il guru del software libero, Richard Stallman: "se
non dai valore alla tua libertà, è molto più facile perderla".