| Left Watch | ||
| Se la cultura è lo specchio della politica allora dobbiamo smettere di leggere di Stefania Podda (da Liberazione) I fatti: la prossima Fiera del Libro, che si svolgerà a maggio a Torino, è dedicata ad Israele. In quel mese, Israele celebrerà i sessant'anni dalla nascita del suo Stato, ma in quegli stessi giorni i palestinesi ricorderanno la nakba, la tragedia di un intero popolo. E' dunque partita una campagna di boicottaggio e a Liberazione è stato chiesto di aderire ad un'iniziativa contrapposta che abbia al suo centro quanto - secondo i promotori - a Torino verrà invece passato sotto silenzio: ossia la durissima politica di occupazione, le terribili condizioni di vita nei Territori, l'embargo che sta strangolando Gaza e le discriminazioni subìte dagli arabo-israeliani. Realtà di cui questo questo giornale si occupa, e che questo giornale denuncia e continuerà sempre a denunciare. Il punto è però un altro, e per nulla sovrapponibile a tutte le buone ragioni di cui si è parlato. Il punto è questo: il boicottaggio culturale è un'arma politica? No, non lo è. E' una risposta sbagliata e pericolosa, che porta all'isolamento e alla radicalizzazione delle posizioni, che porta a chiusure identitarie vanificando quelle aperture e quelle libertà di cui la cultura è portatrice. E che non giova a nessuna causa. Nemmeno a quella palestinese. Boicottare la Fiera del Libro è la giusta risposta alla politica di Israele? Secondo noi, no. Come non lo è la proposta di tagliare i contatti con le università israeliane, di escluderne i professori da ogni collaborazione con gli atenei europei, di cancellarli dai progetti di ricerca, dalle conferenze. Se ne parla spesso, se ne è parlato di nuovo nei mesi scorsi con la mozione votata in Gran Bretagna dall'Ucu, il principale sindacato di docenti e lettori. Iniziative diverse, con uno stesso comune denominatore. Non è difficile infatti cogliere la pericolosità dell'equazione che vuole che gli intellettuali siano responsabili della pessima politica del proprio paese, dell'idea di soffocare la loro voce in nome di un presunto peccato originale, ascrivibile di diritto alla loro nazionalità. La letteratura, se è buona letteratura, è lo specchio della società che la produce, ma è uno specchio infranto. Non rimanda un'immagine intera, ma frammenti che si ricompongono a rifletterne le contraddizioni, le diverse pulsioni e anime. La letteratura israeliana non fa eccezione. Grossman, Yehoshua, Oz, e il più giovane Keret: sono i nomi che saranno a Torino. Con sfumature diverse, sono la coscienza critica d'Israele. L'orazione di David Grossman al funerale del figlio Uri, morto in Libano, è uno dei più bei testi sull'assurdità della guerra e sulla sconfitta di una società che ha perso i suoi ideali. Davvero non è interessante e non è giusto ascoltare la sua voce? Confrontarsi con loro nei dibattiti che ci saranno? E quale potrebbe essere la logica prosecuzione di questa scelta?Boicottare i libri? E perché - in base alla stessa logica di primazia della politica - non fare a meno della cultura americana? Infine, un'ultima considerazione: chiamare al boicottaggio culturale di Israele, sovrapponendo piani diversi, rischia di alimentare l'antisemitismo. E stavolta - basta fare un giro su molti siti - il giusto diritto di critica alla politica israeliana non c'entra nulla. Bisognerebbe tenerne conto.
| ||