Lo
spartiacque afghano della Nato
di
Francesco Martone
«Senza tanti squilli di tromba - e senza
tanto clamore - la Nato è diventata globale (...) in questo processo sta
estendendo sia il suo ambito territoriale che la tipologia delle sue operazioni»,
così commentano Ivo Daalder e James Goldfinger nel loro articolo «Global
Nato», pubblicato sull'ultimo numero di Foreign Affairs. Accantonato l'ambizioso
compito di ridiscutere il concetto strategico approvato a Washington nel 1999,
a Riga l'Alleanza opta per un allargamento graduale, «incrementale»,
fino a divenire organizzazione di portata globale, non solo militare ma anche
civile e politica. Così facendo decide di trasformarsi in un'istituzione-ameba,
ridefinendo in itinere la propria missione istituzionale.
L'istinto
di sopravvivenza porta l'Alleanza ad anteporre, in una missione che rischia di
essere suicida, alla teoria la pratica e poi da quella desumere le conseguenze
politiche. Per questo l'Afghanistan diventa lo spartiacque tra sopravvivenza ed
irrilevanza. In questo spazio angusto il governo Prodi ha provato a giocare le
sue carte. A Riga l'Italia ha presentato la propria proposta di Conferenza internazionale
sull'Afghanistan, certamente non ottenendo un impegno verso una soluzione di continuità
nella strategia. I riferimenti all'urgenza di non limitarsi ad un approccio puramente
militare, sembrano più giustificati dal desiderio della Nato di mostrare
le sue molteplici facce, da quella civile a quella politica, mentre la logica
predominante resta quella delle armi.
Così
la discussione sulle regole d'ingaggio ha visto l'Italia tenere duro sul dispiegamento
di truppe a Sud, accettando - seppur con grandi limitazioni - la possibilità
di uno spostamento di militari in caso di emergenza.
L'insistenza sulla formula
civile-militare creerà qualche difficoltà nel rivedere la partecipazione
italiana al Prt di Herat. Di un ritiro in tempi brevi non si tratta, mentre si
potrebbe prospettare un cambiamento nella configurazione operativa, ed un rafforzamento
delle attività dette di Ssr (Security Sector Reform) campo nel quale si
potrebbe ricucire un rapporto ancora difficile tra Nato ed Unione europea. Con
l'attenzione di tutti rivolta verso l'Afghanistan, Jaap de Hoop Scheffer ha potuto
continuare a tessere la sua tela, quella di «un'Alleanza globale con partner
globali», ampliandone i cerchi concentrici. Si allarga la Partnership for
Peace con l'accesso di nuovi stati dell'Europa orientale, e si rafforza la cooperazione
con Australia, Giappone, i paesi del Medio Oriente e del Mediterraneo. S'irrobustisce
la capacità di intervenire «out of area», con l'acquisto e
la gestione collettiva di alcuni aerei da trasporto Globemaster, non solo a scopo
militare, ma anche per dare una maggior capacità alla Nato negli interventi
di emergenza di tipo «umanitario» come già avvenuto in Pakistan,
o in occasione dell'uragano Katrina. Si discute addirittura di sicurezza energetica,
intendendo però non la necessità di liberarsi dal giogo dei combustibili
fossili, bensì quella di prevedere l'uso di forze d'intervento rapido in
caso di minacce a gasdotti, oleodotti o rotte di transito di greggio. Attraverso
l'estensione geografica, l'Alleanza ridefinisce il suo mandato e la sua legittimità,
entrando in rotta di collisione con altre organizzazioni internazionali. Francis
Fukuyama si è spinto fino a proporre che la Nato si sostituisca all'Onu
come autentica alleanza delle democrazie. Non a caso il presidente francese Chirac
ha rimarcato il rischio di un conflitto di attribuzioni con l'Onu, una mossa tattica
per riaffermare la sua resistenza ai piani statunitensi di allargamento dell'Alleanza
in un Partenariato Globale Permanente. Meglio, secondo Parigi, una versione «light»
della coalizione dei volenterosi da contrapporre al «multilateralismo»
selettivo del nuovo corso dell'amministrazione Bush. Nel gioco delle parti si
cambiano le carte, si rimescolano i gettoni, si fanno nuovi azzardi, si accetta
il rischio di perdere la partita decisiva. Quella che si gioca tra le montagne
del sud dell'Afghanistan e che a Riga la Nato ha deciso di continuare, a prescindere
da tutto e da tutti.
il
manifesto, 9 dicembre 2006