30
aprile 2006 - Il Manifesto Euro
MayDay e «non lavoro» Sesta
manifestazione a Milano contro la precarietà. La si batte chiedendo il
«reddito garantito» o con la lotta per l'assunzione a tempo indeterminato? di
Francesco Piccioni A
Milano va in scena tutta un'altra rappresentazione. Qui il tema del Primo Maggio
viene ribaltato e diventa la festa del «non lavoro». La scadenza
italiana, ormai al sesto anno, si presenta come articolazione di una mobilitazione
europea, ma con contenuti alquanto diversi da quelli che saranno fatti vivere
nelle altre piazze continentali. L'appello di convocazione della manifestazione
milanese diffuso su Indymedia parla infatti di «lotta contro il workfare
e ogni soluzione inegualitaria e coercitiva alla crisi del welfare fordista»;
perché «vuole gettare le premesse per un nuovo welfare, come precondizione
per una società orizzontale e democratica, dove il lavoro flessibile, immateriale,
nei servizi e nella cultura non sia più sottoposto al ricatto della precarietà,
all'impossibilità di esprimersi e di vivere». In positivo, si rivendicano
«diritti sindacali, maternità pagata, continuità di reddito
x tutte/i». Alex Foti, ideatore della prima Mayday e oggi candidato per
i Verdi al comune di Milano, articola un po' di più il ragionamento: «Siamo
arrivati al punto decisivo per verificare se la sinistra eretica, radicale, sociale,
libertaria, sindacale ha la volontà sufficiente a unire le forze per cancellare
la legge Maroni-Biagi e imprimere una nuova direzione alle relazioni sociali nel
paese che sia finalmente nell'interesse della generazione precaria». La
«legge 30» e la battaglia per la sua cancellazione è almeno
un obiettivo concreto - e politico. E su questo la Cub, organizzazione storica
del sindacalismo di base, tra i promotori della Mayday fin dalla prima manifestazione,
converge convintamente. «Da alcuni anni - dice Pierpaolo Leonardi, del coordinamento
nazionale - il primo maggio si caratterizza per noi sul tema della precarietà.
E' anche l'avvio di una campagna importante, che non farà sconti al governo
su questo problema; perché diciamo mo alla legge Biagi, ma anche al 'pacchetto
Treu'», approvato dal precedente governo Prodi. Perché, ricorda,
«bisogna ridare stabilità e certezze al lavoro, restituirgli valore
e dignità». Un discorso che mal si coniuga con la rivendicazione
del «reddito garantito», da cui Leonardi prende le distanze: «Pezzi
vari che collaborano all'organizzazione del MayDay sono più orientati verso
questa impostazione. Per un'organizzazione sindacale come la nostra, però,
il problema della precarietà si risolve con la stabilizzazione dei posti
di lavoro e un salario dignitoso; magari con forme di sostegno al reddito quando
il lavoro viene a mancare». L'altro sindacato di base storico, i Cobas,
non partecipa più alla manifestazione di Milano. «La MayDay - spiega
Piero Bernocchi - poteva essere un'idea importante se poi si fosse sviluppata
in lotte effettive per la difesa di tutti quelli che svolgono lavoro precario.
Ma da tempo si è ridotta ad un'autorappresentazione di un soggetto abbastanza
politicizzato che rivendica il 'reddito garantito' in contrapposizione ai lavoratori
in carne e ossa, precari e non. Ma del 'reddito garantito' come mancia parlano
anche tante amministrazioni locali che campano del lavoro dei precari; se ne assumessero
almeno un po' sarebbe un discorso più serio». E fa due esempi
molto chiari. «La lotta dei precari di Atesia è paradigmatica. Quando
quelli del Collettivo sono riusciti a mobilitare tutti i lavoratori sull'obiettivo
della stabilizzazione del posto di lavoro, per un salario adeguato, sono stati
lasciati soli». L'altro è la mobilitazione francese contro il Cpe,
incentrata non a caso sul rigetto di una legge e sulla mobilitazione di tutti:
lavoratori «stabili», precari e studenti che sanno benissimo di dover
diventare presto lavoratori. E, come dire, ragionano già come tali. La
festa del «non lavoro» di Milano si muove su un altro piano. Ed è
un bene che le differenze di visione politica esistenti nella parte più
radicale della «sinistra radicale» comincino a diventare esplicite.
Ne guadagnerà la chiarezza e forse anche la capacità di «mordere»
sulla realtà che tutti rifiutiamo: la precarietà del lavoro che
genera salario povero e incerto, e quindi vite schiacciate sotto il peso del bisogno
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