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La sinistra deve riappropriarsi della sua capacità propositiva e della vocazione unitaria
di
Gianfranco Pagliarulo (da Liberazione)

Prendendo spunto dall'articolo di Gennaro Migliore sul Pdci e su Marco Rizzo pubblicato su Liberazione del 13 agosto si può ragionare sull'unità a sinistra e su alcuni dei valori che dovrebbero informarla. Siamo in una fase particolare della storia del Paese: il tema dell'unità si pone in condizioni inedite rispetto al recente passato; scricchiola la cosiddetta Seconda Repubblica, in cui ai partiti di massa si sono sostituite formazioni politiche prevalentemente leggere, con scarso radicamento e una spiccata tendenza alla personalizzazione. In alcuni partiti si distinguono microoligarchie e clientele. Il morbo attraversa anche la sinistra, come oramai assodato.

Ci sono oggi alcune condizioni per spezzare il circolo autoreferenziale della politica, di cui la personalizzazione è causa ed effetto, e per ripensare alla forma partito costruendo in modo nuovo un circolo virtuoso con la società e le istituzioni. O la sinistra, unita e innovativa, diventa il laboratorio di tali forme, oppure c'è il rischio della divisione, della sclerosi, delle piccole derive personali. La Sinistra europea può essere il luogo di tale sperimentazione.

Ciò che colpisce nelle dichiarazioni di Rizzo è la scelta consapevole di boicottare qualsiasi processo che sia innovativo e unitario per difendere un unico e specifico modo di fare politica: quello dell'apparire. Non esiste, in quel modo, un "essere". Esiste esclusivamente una presenza virtuale, che si manifesta con ossessive dichiarazioni sullo scibile umano alle agenzie, con apparizioni tv su ogni rete - inquieta l'insistenza sulla rete di Fede -, con testa a testa mediatici a volte con uomini dell'estrema destra (ricordo qualche tempo fa il faccia a faccia con Borghezio). Anche per questo, al di là del merito della polemica, stupisce (e fa sorridere) il sermone antifascista.

Colpisce l'incontenibile pulsione nel giudicare i comportamenti altrui senza alcun bilancio dell'attività di parlamentare europeo, che alcuni sostengono essere marginale rispetto alla sua alluvione dichiaratoria. C'è una totale assenza della persona in oggetto nelle contraddizioni concrete e nelle lotte - in quella che una volta si chiamava la "pratica sociale" - a cui si giustappone l'ossessiva presenza mediatica.

Sul Corriere della Sera, ad esempio, non da oggi il nostro gode di uno spazio plurisettimanale, con foto incorporata, qualche volta con due articoli (e due foto) nello stesso giorno dedicati al personaggio. Cominciai a notare la cosa nel 2004 quando uscì, sul Corriere Magazine, una interminabile intervista in cui si parlava male di tutti gli alleati, da Fassino a Bertinotti a Cofferati a Mastella alla Melandri a tanti altri. Col risultato che sul numero successivo della rivista diverse parlamentari Ds lo attaccavano sotto il titolo "Comunista fa rima con maschilista". Vissi la faccenda come una piccola tragedia, dato che avevo sempre legato la parola "comunista" a un sistema di valori che vedevo negato in nuce da quella intervista.

Oggi continua, anzi si è incrementata, tale presenza sul quotidiano di via Solferino. Eppure l'uomo non è neppure il segretario di uno dei più piccoli partiti del Paese. D'altra parte è interessante la tecnica dell'apparire: se si polemizza con Bertinotti, si è sicuri che la cosa fa notizia. Cosa c'è di meglio di una sinistra litigiosa, dei "fratelli coltelli", dei "comunisti" che si sbranano? L'attacco a Bertinotti è oramai consuetudine del nostro. Ma come mai il suo più aspro critico qualche mese fa, proprio sulle colonne (sic!) del Corriere della Sera, lo proponeva come capo indiscusso di tutte le sinistre italiane? Si diceva: è stata una mossa tattica. Ecco, è esattamente il modo di far politica da contrastare e da capovolgere se vogliamo dare un senso alla parola "politica" e farla tornare ad essere una leva per il cambiamento e per la mobilitazione di grandi masse.

Sia chiaro: libertà di critica per chiunque e verso chiunque. Ma ciò che il popolo di sinistra non sopporta più è il tatticismo, la greve strumentalità, la difesa dell'identità come strumento per la salvaguardia della propria nicchia personale. Sembra che il nostro voglia mettere assieme una pattuglia di duri e puri, difensori dell'ortodossia. Mi pare una posizione sbagliata e da contrastare, ma legittima, come ogni altra posizione. Ma, relativamente al personaggio in oggetto, cosa c'entra questi con la durezza, la purezza, l'ortodossia? Più che la convinzione pare, nel caso in oggetto, che domini l'opportunità. Si scavano fossati per ragioni "ideologiche"? Ma no, quelle, per quanto aberranti, hanno un loro senso. Si scavano fossati per difendere nicchie di potere, qualche volta di privilegio, che si teme di perdere. Qui occorre la rottura, la discontinuità, l'alterità morale di una sinistra che, ritrovando l'unità, ritrovi se stessa. E ritrovi le sue ragioni critiche, la sua natura umanistica, il sistema di valori egualitari e solidali che l'hanno fatta grande e che oggi occorre innovare guardando in primo luogo alle nuove contraddizioni di classe e alle drammatiche contraddizioni uomo-natura, che si manifestano con carattere di pericolosità ed irreversibilità strettamente connesso al dominio neoliberista.

La sinistra, insomma, deve riappropriarsi della sua capacità propositiva, del suo respiro progettuale, della vocazione unitaria che - piaccia o meno - le è connaturata (a meno che qualcuno non pensi a Kim il Sung come a un utile e moderno riferimento). Ma come spiegare, allora in questa chiave, la deriva politica del gruppo dirigente del Pdci su posizioni estreme e settarie? Come spiegare lo spocchioso compiacimento di tanta parte di questo gruppo dirigente verso l'allontanamento dal Pdci di un numero rilevantissimo di iscritti, quadri, dirigenti in tutta Italia?

Pensiamo alla virtù di una sinistra unita e innovativa: il prevalere dell'essere sull'apparire. Ha ragione l'antico adagio contadino "Il parere e non essere è come il filare e non tessere".


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