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A voler utilizzare una metafora teatrale, la prima nazionale di Stop precarieta. Ora! - questo il titolo dellassemblea nazionale di ieri mattina al Brancaccio, è stato un successo di critica e di pubblico. Tanto che sè deciso di replicarne nei territori la formula, limpasto di storia e piattaforma, almeno fino al corteo che si svolgerà a Roma entro la fine di ottobre. Se non sè ancora annunciata una data precisa è solo per rispettare i tempi di ciascuna delle anime presenti. Ma un progetto così, ha spiegato al termine Giorgio Cremaschi della Fiom (parlando da un megafono perché serano sforati i tempi e lamplificazione è stata staccata), non sera mai visto. La Cgil e quelli che si facevano chiamare disobbedienti, i sindacati di base e i collettivi della Sapienza, quelli di Atesia (call center romano per 4mila addetti dove regnano licenziamenti politici e illegalità) e precari soli come lorchestrale dellArena di Verona, flessibilissimo da 27 anni e il suo collega, portuale albanese che lavora a sei euro lora e dorme con altri otto in un appartamentino. Si racconta Amalia, precaria della scuola. Si racconta ai lavoratori Feltrinelli (che hanno ribattezzato Effelunga la loro catena, così simile in tutto a un ipermercato), agli occupanti sardi di Abbanoa che denunciano la privatizzazione dellacqua (con centinaia di licenziamenti e tariffe più care), ai precari del comune di Milano, ai ricercatori delluniversità, a quelli della Sogei, a quelli che non riescono a prendere la parola per ragioni di tempo, ai romani di Action che incassano la solidarietà per gli arrestati del 6 novembre, precari anche loro. Arrivano dal Viminale quelli del Tavolo Migranti che hanno strappato un appuntamento per mercoledì alla sottosegretaria Lucidi. Quello che prima divideva, la precarietà, ora sembra tenere insieme. Perché è ormai pervasiva, attraversa le generazioni, intreccia i Nord e i Sud, sè insinuata nel pubblico, straripa nella scuola. Lo spiegano negli interventi - che annunciano la proposta di un grande corteo a Roma, per un sabato di fine ottobre anticipato, come suggerisce Casarini, da una giornata di azioni - tanto Rinaldini, segretario generale Fiom, che Paolo Beni, presidente Arci. «Bisogna incidere sui processi», dice il primo. «Rilanciare il lavoro come fattore di emancipazione, pensare a un nuovo welfare», spiega il secondo. Con Bernocchi, dei Cobas, che richiama la lezione francese, la vertenza vittoriosa contro i Cpe e ricorda che l80% della precarietà si deve al pacchetto Treu. Cè da mettere mano anche lì. E infine se la prende con la «sciagurata logica della riduzione del danno sulla guerra e sui Cpt». E tutti a bocciare il Dpef, anche Panini, leader della Flc Cgil e il suo omologo della funzione pubblica Podda: non va bene, colpisce settori sensibili e non segna discontinuità. Non cè spazio per la concertazione. Su quello spazio ora cè il movimento. «Indisponibile a mediazioni - commenta Michele Di Palma, coordinatore nazionale dei giovani comunisti - anche sul Dpef». «Le storie, alla fine, si somigliano tutte. Ci vuole qualcosa di concreto», scalpita Luisa, operatrice di call center a Cagliari. «La narrazione va elaborata - suggerisce Frankie dei chainworkers milanesi. limpresa ha vinto perché è stata capace di produrre simboli». Ma
tutta questa precarietà ha avuto bisogno di raccontarsi prima di scoprire
che è possibile, tra chi contava solo sulla centralità del lavoro
e chi gli sostituiva quella del reddito, il «percorso comune di vertenze,
conflitti e revisioni normative», che annuncia nellintroduzione, Sergio
Giovagnoli dellArci. «Cè voluto tempo (il primo sciopero
separato della Fiom fu il 6 luglio 2001, prima di Genova) per arrivare a un percorso
segnato da parole dordine così radicali, perché sulla precarietà
non esiste riduzione del danno», avverte Flavia DAngeli, responsabile
precarietà del Prc nazionale, dal tavolo della presidenza. | |
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