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Cosa dice questa legge? Quando le destre governano, i guasti provocati dalla loro azione sono gravi e profondi. Investono il tessuto della società provocandone una disgregazione dei fattori di coesione e un acuirsi grave delle disuguaglianze sociali. Gli effetti devastanti sono di tale portata che le opposizioni vengono a trovarsi, quasi spontaneamente, investite da una domanda di grande cambiamento che le spinge verso il governo. Ma, quando queste ultime sono al governo, dimenticano quella speranza e si ritrovano a praticare una politica che, nelle linee di fondo, non è dissimile dalla fase precedente. Questo determina un nuovo processo di disillusione e un aggravarsi della crisi della politica. In questa crisi, il disagio di massa può curvare verso pulsioni populiste e le destre possono ritrovare il consenso perduto attraverso ideologie integraliste, come quelle del conflitto di civiltà e devastanti come quelle della guerra permanente. Il nostro compito è spezzare questa legge. In Italia, la politica delle destre, personificata dal berlusconismo, è stata particolarmente dura e tracotante. Allimpianto di sfrenato neoliberismo ha connesso il processo disgregativo della devolution e quello odioso di leggi fatte apposta per difendere i privilegi personali e di ceto, gli abusi, gli illeciti arricchimenti e le rendite parassitarie. Ma sarebbe sbagliato pensare il berlusconismo come una anomalia nel quadro internazionale o come una parentesi della storia italiana. La corsa breve del berlusconismo si inserisce a pieno titolo nel ciclo lungo del prevalere delle politiche neoliberiste. Per questo è decisivo definire un profilo politico e programmatico dellUnione, ovvero della coalizione di forze di sinistra e democratiche che vuole sconfiggere Berlusconi e le destre e si candida al governo del Paese. Anche dentro lUnione è aperta una vera lotta per legemonia tra chi vuole perseguire lobiettivo di una vera alternativa e chi, al contrario, lavora per una alternanza moderata. Per questo è importante far vivere e affermare una vera istanza di cambiamento edi farla affermare. Tutto ciò è necessario e possibile. Necessario perché senza questa aspirazione, la sconfitta delle destre sarebbe solo di facciata e transitoria. Possibile, perché riteniamo che sia divenuta maggioritaria nel Paese, attraverso la crescita dei movimenti da Genova in poi, laspirazione del popolo delle opposizioni a un radicale cambiamento delle politiche economiche, sociali e internazionali. VOGLIO
Luscita
dalla crisi e dal declino propone alla politica un obiettivo ambizioso: E il tema della Riforma del Paese, della rinascita della politica per la rimessa allordine del giorno della questione della trasformazione della società. La messa in discussione da destra del compromesso sociale conquistato dalle lotte del movimento operaio e dalle sinistre dal dopoguerra, ha dato luogo ad un ciclo neoliberista allinterno di quello della globalizzazione capitalista. Questa politica è fallita, sia per le sue contraddizioni interne che per la nascita di una nuova generazione di movimenti. Il rischio grave è di subire ora le conseguenze, che possono essere devastanti, di una crisi senza alternativa. Per questo, è necessario proporsi il tema della riforma del Paese. La realtà sociale dimostra che è impossibile pensare a un nuovo compromesso lasciando il mercato libero di allocare le risorse al fine di perseguire la massima concorrenza e cercando poi di costruire delle compensazioni esterne al meccanismo di accumulazione, al fine di ridurre le disuguaglianze. Eil mercato stesso che va riformato attraverso lintervento pubblico nelleconomia e la realizzazione di un vincolo interno allo sviluppo, costituito dai beni comuni,dai diritti sociali e di cittadinanza, da una nuova qualità dello stato sociale. Una economia sostenibile e socialmente progressiva richiede la costruzione di un nuovo assetto di economia mista, un riequilibrio dei rapporti di classe a favore delle lavoratrici e dei lavoratori e una nuova relazione tra produzioni, consumi e riproduzione sociale. La creazione dello spazio pubblico deve essere la linea guida del programma di alternativa e la leva della programmazione necessaria. Beni comuni, e diritti universali vanno posti a base di uneconomia sostenibile e socialmente progressiva. Sono il mercato e la competitività che vanno posti di fronte alla sfida di questa innovazione di modello anche perché altrimenti, in Italia come in Europa, essi sarebbero oggi, oltre che socialmente regressivi e ambientalmente distruttivi, incapaci, come la realtà sta dimostrando, di reggere alla sfida dei grandi competitori internazionali. La Riforma del Paese è, oggi, una necessità storica in Italia come in Europa. La costruzione dellunità tra la classe operaia tradizionale e chi vive nelle nuove forme di lavoro e di organizzazione sociale ne costituisce la chiave di volta. Per realizzare la Riforma del Paese, la politica deve acquistare nuova credibilità nel popolo, rompendo il muro che divide chi sta in basso da chi sta in alto nella divisione della società. I primi 100 giorni del governo che succederà a quello di Berlusconi saranno decisivi per costruire una nuova alleanza tra il popolo e chi da esso ha avuto il mandato a governare il Paese. VOGLIO
Mentre si combattono mortalmente, essi si inseguono in una spirale in cui una alimenta laltro e viceversa. I fatti parlano chiaro. Anni di guerra globale al terrorismo, secondo la dottrina della guerra preventiva, con le armi dellinvasione militare, dei bombardamenti, delloccupazione militare non hanno sconfitto il terrorismo, non ne hanno infranto i santuari, non ne hanno minato la capacità di attrattiva verso settori di popolazioni, in particolare frange giovanili. Al contrario, hanno determinato una ulteriore spinta verso lapprodo a culture fondamentaliste e al diffondersi del terrorismo. La guerra mostra sempre di più il suo vero volto: limposizione di un dominio geopolitico unipolare nel governo del mondo, la volontà di imporre una camicia di forza impedente ogni processo di modifica dei rapporti tra il Nord e il Sud e tra le classi. Il terrorismo nasce e si sviluppa nella sfera autonoma del politico, esso non è una risposta, seppure tragica e aberrante, alle ingiustizie della globalizzazione e del dominio unipolare del mondo. Esso utilizza il senso di ribellione a quelle ingiustizie per il suo disegno politico. Va rifiutato non solo per i mezzi che utilizza ma per i fini che propone, per il progetto di cultura, di società, di relazione tra i popoli e le persone che fa emergere. Guerra e terrorismo producono solo morte e distruzione e avvelenano le medesime relazioni sociali provocando la limitazione delle libertà. Essi vogliono rendere muti i popoli, annichilire la loro capacità di fare politica, sostituendo a quella il rumore sordo delle armi della guerra tra civiltà: guerra culturale, guerra ideologica, guerra delle bombe. Non si può essere veramente contro la guerra se non si è contro il terrorismo e non si può essere veramente contro il terrorismo senza essere contro la guerra. Questo ha capito il popolo della pace che, dentro londa lunga del movimento contro la globalizzazione neoliberista, è il soggetto portatore di una vera alternativa. Il popolo della pace è laltra grande potenza mondiale, la sua forza è nella possibilità di far crescere la cultura della nonviolenza come nuova critica di massa al moderno capitalismo. Il no alla guerra e al terrorismo e alle ideologie che li alimentano è il filo conduttore di una nuova politica. La pace non è solo assenza di guerra, è unispirazione e una politica precise. La pace è sicurezza,ovvero lo strumento di fondo per sconfiggere alla radice, anche nella sfera delle culture, le ideologie fondamentaliste che i cultori della guerra e del terrorismo vorrebbero imporre come modello di relazione. La pace è una nuova culturae politica dellaccoglienza e della cittadinanza universale. La pace è lo sviluppo di nuove relazioni di cooperazione con i Paesi del Sud del mondo. La pace è laffermazione di una nuova cultura dei diritti umani. La pace è disarmo, è la riduzione delle spese militari, la fuoriuscita dal sistema di guerra e il riutilizzo del territorio occupato dalle armi e dalle basi militari. Per questi motivi, il ritiro immediato dellItalia dalla guerra di occupazione in Iraq e dagli altri luoghi dove è presente in forme di occupazione militare,come lAfghanistan e i Balcani, è fondamentale, in quanto illustra la rottura con le politiche di guerra e la restituzione allarticolo 11 della Costituzione italiana del suo ruolo di guida delle politiche internazionali. Allo stesso tempo, è necessario promuovere il rilancio di una iniziativa decisa a livello internazionale per la ripresa del dialogo e del processo di pace nel conflitto israeliano palestinese che, secondo il principio di due Stati per due popoli, preveda il ritiro da tutti i Territori occupati, la nascita dello Stato palestinese, il diritto per i due Stati e i due popoli a vivere nella pace e nella sicurezza. La costruzione di unaltra Europa, della pace, dei diritti del lavoro, di quelli sociali e di cittadinanza, dellespansione della democrazia è elemento costitutivo di questa nuova politica. VOGLIO
Questa linea ha rappresentato una vera visione del mondo che ha informato linsieme delle politiche del lavoro, di quelle economiche, sociali, fino ad investire il ruolo del governo e il suo rapporto sia con le forme della democrazia rappresentativa sia con i popoli medesimi. Nelle politiche del lavoro si è impostata una offensiva permanente e generalizzata che ha attaccato assieme le garanzie, le tutele e il salario. Questa offensiva è stata declinata con una aggettivazione che è divenuta un feticcio indiscutibile: flessibilità. Dietro questa parola si sono praticate in concreto: la riduzione di forme di tutela del diritto del lavoro, come il rapporto di lavoro a tempo indeterminato, la compressione salariale sempre più drastica, lattacco sistematico alla stessa possibilità di unificazione dei lavoratori, come il contratto collettivo di lavoro. La conseguenza è stata la precarizzazione generalizzata e lavvento di modalità di lavoro servile che, in forme nuove, riproducono, in particolare nelle giovani generazioni, lantica piaga del caporalato. Con unulteriore aggravante rispetto al passato: oggi le forme aberranti del lavoro precario e servile coinvolgono non soltanto le mansioni basse, ma indifferentemente tutte, arrivando a coinvolgere appieno le professionalità più alte, comprese quelle della ricerca e della conoscenza. Siamo di fronte a una crescente femminilizzazione del mercato del lavoro nel senso non solo di una forte presenza femminile nei settori più precarizzati e deprivati, ma nella direzione dellestensione a tutto linsieme dei lavoratori delle condizioni di subordinazione, marginalizzazione, lavoro servile che hanno caratterizzato storicamente i rapporti di lavoro delle donne. Nelle politiche economiche ha imperato il dogma della sottrazione dello Stato da ogni ruolo di intervento e controllo diretto e indiretto. E prevalsa, così, la politica della privatizzazione di quanto prima era considerato spazio pubblico (non solo nel campo della produzione di beni materiali, ma anche nel campo dei servizi pubblici e alla persona e delle risorse naturali). Nelle politiche sociali ha prevalso la progressiva riduzione delle garanzie e protezioni, lerosione sempre più accentuata dei diritti e delle tutele che, con i processi di privatizzazione e liberalizzazione, hanno provocato una condizione di vulnerabilità di fasce sociali sempre più ampie. La scuola è stata sottoposta a un attacco devastante con lobiettivo di rideterminare una selezione di classe: attraverso la cosiddetta canalizzazione si vuole riportare le figlie e i figli dei lavoratori alla formazione professionale sottoposta alle esigenze delle imprese e del mercato e riservare alle élites laccesso alleccellenza dei circuiti internazionali dellistruzione. Seguendo questa logica, lUniversità è stata dequalificata, gran parte del corpo docente e del personale precarizzati, la ricerca mortificata. Questo attacco al complesso di diritti conquistati con anni di lotte è stato generale e coordinato in tutti i Paesi, basti prendere ad esempio la questione centrale della previdenza pubblica, attaccata in varie forme, ma con analoga ispirazione, in tutti i Paesi europei. Mai, dal secondo dopoguerra, la distribuzione del reddito tra le classi è stata così sperequata, mai il processo di impoverimento delle masse popolari è stato così esteso, mai la condizione di incertezza e precarietà è stata avvertita con così pesante cupezza. La svolta è epocale: per la prima volta, da decenni, si è interrotto, anche nelle coscienze delle persone, laspettativa, prima quasi spontanea, di un futuro migliore per le nuove generazioni. Il neoliberismo ha fallito non solo perché ha determinato nuove ingiustizie e ha acuito le disuguaglianze, ma in quanto ha prodotto una crisi economica e sociale (di cui lItalia è il caso più acuto) che, per le sue dimensioni e profondità, richiede la messa allordine del giorno del tema di una alternativa. Senza di essa, il neoliberismo, dopo di guasti prodotti nella fase di ascesa, rischia di travolgerci nel suo fallimento. Il tema dellalternativa di società non è più solo lobiettivo soggettivo di chi chiede un nuovo mondo:è messo allordine del giorno dalla necessità di non rimanere schiacciati dalle macerie prodotte dal neoliberismo in crisi. VOGLIO
La crisi e loscuramento della politica e della democrazia a vari livelli e dimensioni ne sono il segno evidente. Nella dimensione sopranazionale, la crisi della democrazia è, innanzitutto, spostamento dei luoghi delle decisioni dagli organismi della democrazia rappresentativa, in primo luogo i Parlamenti, agli istituti ademocratici di regolazione della globalizzazione (il WTO, la Banca Mondiale, ecc.). La crisi della politica è causata dalla sua riduzione a tecnica, a semplice traduttrice nel contesto nazionale delle scelte imposte da quegli organismi interpreti e garanti della globalizzazione neoliberista, assunte come vincoli indiscutibili e invalicabili. Il Trattato costituzionale europeo rappresenta una tappa di questo percorso. Esso è un salto allindietro alle Carte octroyées, concesse ieri dai sovrani e oggi dai governi, dallalto. Ha lo scopo di costituzionalizzare le leggi di mercato e il patto di stabilità. Lopposizione al Trattato è dovuta innanzitutto al fatto che esso ha escluso i popoli europei dal processo della sua elaborazione ed innalza i governi a potere costituente capovolgendo la tradizione democratica: il Trattato restringe lEuropa alle élites dirigenti e tiene lontani i popoli. Sono i popoli a dover sancire nelle Costituzioni diritti e poteri, come insegna lesperienza storica del secondo dopoguerra, dopo la vittoria contro il nazifascismo. Se si vuole costruire lo spazio pubblico europeo devono essere le cittadine e i cittadini europei, nativi e non nativi, a decidere questo atto istitutivo del patto sociale e i diritti fondamentali che crea una comune cittadinanza europea di residenza. La vittoria del NO al referendum sul Trattato costituzionale in Francia segna la crisi di quel progetto e può aprire la strada a un percorso nuovo. In Francia, la società in basso ha massicciamente rifiutato il Trattato perché coglieva in esso il cuore pulsante delle politiche neoliberiste. Questa opposizione sociale è larga e diffusa in Europa e lo è estesamente anche in Italia. Nel nostro Paese, il rifiuto delle politiche del governo e del suo pervicace attacco a tutto ciò che è espressione di istanze autonome da esso, non è mai stato così ampio. Questi anni sono stati attraversati da movimenti di lotta straordinari per intensità ed estensione: da quelli di più lunga storia, come il movimento dei lavoratori, per giungere al mondo della scuola, ai ricercatori, fino ai magistrati. Mille vertenze territoriali sono esplose contro la devastazione del territorio o per la ripubblicizzazione dei beni comuni. Ma, questa opposizione sociale larga e diffusa, se non incontra lo scontro tra sinistra e destra, rischia di essere privata di una prospettiva e può prendere strade differenti. Lo scontro tra la società in basso e la società in alto può prendere una forma ambigua. Se non incontra una riforma della politica e, in particolare, della politica delle sinistre, una curvatura di destra, reazionaria e/o populista, può prendere il sopravvento. Le conseguenze sarebbero un esito della crisi della politica nella direzione dellantipolitica, ovvero di una separazione con i movimenti e più in generale con i popoli e leclissi della democrazia. Lopposizione alle modifiche costituzionali che le destre vogliono realizzare deve essere netta e radicale: un rifiuto intransigente e senza possibilità di compromessi. Se le destre imporranno la loro approvazione al Parlamento, tutte le forze democratiche, dovranno promuovere un referendum oppositivo per dire NO a questa controriforma. Questo NO è anche per superare definitivamente i progetti di riforme costituzionali volte a rafforzare il potere dellesecutivo.Al contrario, la strada deve essere quella della ricostruzione e dellespansione della democrazia nelle forme di partecipazione attiva. Estensione della democrazia vuol dire anche pieno riconoscimento della differenza sessuale e dellautodeterminazione delle donne rispetto al proprio corpo come elemento costitutivo della cittadinanza. VOGLIO
Lopposizione sociale se connessa a un progetto politico di cambiamento può consentire lapertura di un nuovo corso. Il punto decisivo è un grande progetto di Riforma del Paese nel contesto europeo e mondiale, di riforma delle scelte di fondo nelleconomia e nel campo dei diritti sociali e della persona, nel ruolo internazionale, di pace e cooperazione di cui è necessario essere protagonisti. Si deve indicare, quindi, la direzione di marcia per unalternativa di società. Senza questa ispirazione, anche le scelte concrete da fare qui e ora, nella costruzione dellalternativa programmatica al governo delle destre, possono smarrirsi nella ricerca di compromessi minimali, di un navigare a vista che alla fine, inevitabilmente si infrangerà sugli scogli della governabilità. Allo stesso tempo, questa progettualità, non deve impedire di declinare le discriminanti da assumere, i passi da compiere subito, il profilo programmatico che lUnione deve far vivere nellavvio di un nuovo governo. Senza questa concretezza, si determinerebbe una nefasta separazione tra lalternativa di società relegata sempre in un futuro mai definito e la pratica quotidiana di governo. Non è più possibile riproporre una politica dei due tempi, quella che vuole imporre ora il risanamento (ovvero i sacrifici per le masse popolari) e poi il rinnovamento e quella che vuole separare il progetto della costruzione dellalternativa dalle scelte concrete immediate. Per questo indicare un percorso concreto per il governo dellUnione e una serie di priorità programmatiche serve a definire il processo di apertura di un nuovo corso. Non si intende, naturalmente, presentare un programma di governo compiuto e organico. Quello è lobiettivo finale del percorso che come Unione abbiamo scelto: una discussione profonda, un coinvolgimento vero delle organizzazioni democratiche e dei movimenti. Questa piattaforma di priorità programmatiche è unimpostazione da far vivere dentro un confronto serrato già dalle primarie. Lagenda delle priorità qui segnalate è frutto del rapporto fecondo intrecciato in questi anni con le associazioni, i movimenti, le organizzazioni dei lavoratori. In questa piattaforma programmatica cè la piena adesione ai contributi e alle istanze che vari di questi hanno fornito, come la FIOM, lARCI, il movimento per i diritti dei gay, lesbiche e transessuali, il movimento antriproibizionista, varie esperienze del femminismo, il movimento ambientalista critico, le realtà dei movimenti per i diritti dei migranti e altri ancora. Una piattaforma che non è di rottura con la carta dei principi che lUnione ha presentato ma che, dentro quella cornice e assumendone le linee guida (che pertanto nelle pagine successive non vengono ripetute), indica un percorso di una vera riforma della società italiana. VOGLIO
Riforma della politica vuol dire rompere con lo schema della politica separata e, al contrario, intrecciarla con i movimenti e le lotte reali. Solo così, tra laltro, si favorisce una reale capacità di incidenza delle lotte nelle scelte e, per questa strada, si promuove lulteriore crescita dei movimenti. Lautonomia dei movimenti e del conflitto sociale sono due capisaldi fondamentali della Riforma qui proposta. Al contempo, punto essenziale di essa, è la radicale messa in discussione della teoria per cui ai movimenti spetta solo il primo tempo della contesa con le destre: quello dellopposizione, concluso il quale, il loro compito dovrebbe essere quello di consegnare il testimone ai partiti e tornare in panchina. Riforma della politica vuol dire affrontare apertamente il tema del proporsi della politica come costituzione di un ceto al tempo stesso separato e privilegiato che, anche per questo, si autonomizza dal contesto sociale e dal conflitto. La critica alla politica delle élites è oggi un tema ineludibile. La socializzazione della politica, come processo per mettere al centro il protagonismo delle persone e dei soggetti collettivi è la vera sfida del cambiamento a partire da proposte concrete, come lindicazione di una forbice massima tra le retribuzioni nel sistema pubblico e privato da uno a dieci, in modo che non possa esserci, chi guadagna oltre 10 volte quanto chi prende il livello minimo contrattuale. Imporre questa forbice è oggi tanto più urgente in una condizione sociale di impoverimento di massa e di enorme aumento delle disuguaglianze, includendo il mondo della politica, a partire dai parlamentari e dagli amministratori pubblici. Altro tema non rinviabile è quello dellautonomia e dellindipendenza della politica dai poteri forti, quelli economici in primo luogo. Rompere lintreccio, spesso lobbistico, tra politica, interessi di gruppi economici, affari è tema decisivo per restituire alla politica la forza dellautorevolezza di un progetto di società. VOGLIO
Linsieme di queste misure, portate alle estreme conseguenze con la legge 30, ha peggiorato in maniera spesso drammatica la condizione di lavoro di milioni di persone, ha esteso nei fatti lorario e lo sfruttamento del lavoro senza più i freni di una legislazione di garanzia, ha devastato la condizione di sicurezza del lavoro, come dimostra il bollettino di guerra quotidiano delle morti bianche e degli infortuni. La precarietà e linsicurezza si estendono dai tempi di lavoro ai tempi del non lavoro e di vita, dai tempi di produzione a quelli della riproduzione. La precarietà è la condizione delle donne che vivono con sempre maggiore difficoltà il rapporto tra lavori sempre più flessibili e marginali e la privazione dei servizi sociali derivanti dalle controriforme e dai tagli operati dal governo. La precarietà e linsicurezza sono la condizione di vita di milioni di anziani che subiscono le conseguenze dei tagli alle spese sociali, allassistenza, ai diritti di cura alla persona, dellerosione del valore delle pensioni. La precarietà e linsicurezza investono milioni di famiglie che sono in affitto e che subiscono il ricatto dellinnalzamento speculativo degli affitti, senza più controllo pubblico, che vivono il dramma dello sfratto senza possibilità di alternativa al marciapiede e la carenza di alloggi a canone sociale, che fa dellItalia il fanalino di coda dellUnione Europea in materia di politica sociale della casa. La precarietà e linsicurezza sono quelle prodotte da una istruzione pubblica che si dequalifica e che vuole riprodurre una selezione di classe, relegando le classi popolari in un percorso formativo subalterno agli interessi delle imprese. La precarietà e linsicurezza sono quelle vissute da una intera generazione di giovani impedita a poter pensare un proprio progetto di futuro. La precarietà e linsicurezza sono quelle di una condizione di vita metropolitana che, anche attraverso i tagli agli enti locali, crea ghetti e barriere e forme nuove di esclusione sociale. La precarietà e linsicurezza sono quelle vissute da milioni di migranti che, anche allorché con permesso di soggiorno, vivono la difficoltà e assai spesso limpossibilità, di accedere a servizi fondamentali, come la stabilità del lavoro e la casa. Avere unidea di società e un progetto per luscita da questa condizione di precarietà e insicurezza è il cuore della Riforma proposta. Essa non è solo unidea o un progetto astratti ma si incarna in proposte che indichino fin da ora lavvio di un percorso concreto: - Per aprire la strada a una vera alternativa è necessario un elemento forte di rottura con il ciclo neoliberista, in altre parole, che occorra togliere gli impedimenti principali allavvio di un nuovo percorso. Prioritario è cancellare le controriforme del governo delle destre che impediscono come macigni lavvio di una nuova fase, vanno quindi abrogate la legge 30 sulla precarietà del lavoro, la legge Moratti sulla scuola, la legge Bossi Fini sui migranti. La cancellazione e il vero superamento di queste leggi rappresenterebbero la dimostrazione fattiva della volontà dellavvio della nuova fase. Una
legge sulla democrazia nei posti di lavoro che renda i lavoratori i protagonisti
e i depositari della parola decisiva sulle piattaforme e gli accordi, permettendo
loro di votarli con un referendum. Il punto dirimente è, però, il seguente: tale enorme fatto non è frutto di una catastrofe naturale o il risultato neutro di eventi oggettivi. E il risultato specifico delle scelte di politica economica e sociale che la ricetta del neoliberismo ha imposto ai governi. Anche qui, il governo Berlusconi, con la radicale rozzezza con la quale ha applicato una linea che ha scelto come referente la speculazione finanziaria, non rappresenta una cesura con le politiche precedenti o una anomalia con quelle praticate da chi ha voluto imporre il dominio del neoliberismo. I dati parlano con una chiarezza estrema: negli ultimi 10 anni, la quota di reddito del lavoro dipendente sul Prodotto Interno Lordo è scesa di 10 punti. Ci troviamo di fronte a una distribuzione del reddito di tipo sudamericano: il centile di popolazione più ricca ha un reddito di 187 volte superiore al centile della popolazione più povera. La divaricazione tra la società in basso e la società in alto si inasprisce: diminuisce in maniera drammatica il potere di acquisto di salari e pensioni ma aumentano (nellultimo anno del 13%) i depositi bancari superiori a un milione di euro e la bolla speculativa immobiliare schizza ancora più in alto. La finanziarizzazione delleconomia, la rendita speculativa (favorita dai provvedimenti assunti dal governo, come il rientro dei capitali illegalmente esportati) è il cancro che divora i bilanci delle famiglie e la capacità di reggere dellintero sistema economico. Manca ancora la percezione reale del livello di disperazione che tale condizione di impoverimento determina in vaste aree sociali, in intere generazioni di anziani e di giovani, nella condizione di vita metropolitana. Un solo dato tra gli innumerevoli usciti in questi mesi: esclusi i mutui per lacquisto di una casa e gli indebitamenti a breve (le carte di credito), negli ultimi due anni è ricorsa a prestiti da banche e finanziarie una famiglia su cinque. Tradotti in numeri assoluti, il dato è impressionante, si parla di almeno un milione trecentomila famiglie che si indebitano per tentare di arrivare a fine mese. Solo nellultimo anno, come hanno denunciato le associazioni dei consumatori, la perdita di potere di acquisto è stata come rinunciare ad un mese di retribuzione da stipendio o pensione. E necessaria una terapia durto per luscita dalla condizione generale di povertà: un
intervento per laumento di salari e pensioni, il superamento della bugia
di Stato chiamata inflazione programmata e lintroduzione di un sistema
di adeguamento automatico di salari e pensioni allinflazione reale; Più acutamente la crisi viene vissuta nel nostro Paese perché più radicalmente e più duramente ci si è intestarditi in una ricetta di politica economica votata come asse strategico alla riduzione del costo del lavoro come elemento di fondo per la competizione internazionale. Al contrario, quel che si è prodotta è una crisi così profonda che ha preso la natura della recessione. E il fallimento completo delle classi dirigenti, non solo di quelle politiche, ma di quelle che hanno avuto in mano le redini dei poteri economici: i poteri tradizionali e le grandi famiglie del capitalismo italiano, protetti e agevolati nella loro crescita dalle scelte di governo che quasi sempre hanno orientato e, spesso, dettato. Il capitalismo italiano, nel mentre sparava a zero contro ogni forma di ruolo pubblico in economia, insisteva ostinatamente sulla necessità di togliere i lacci e laccioli del controllo statale e del potere di condizionamento dei sindacati dei lavoratori, invocava le privatizzazioni e, spesso, pontificava sullinadeguatezza del sistema di governo troppo condizionato dagli egoismo di partito, si ingrassava proprio grazie alle agevolazioni, ai finanziamenti, ai contributi pubblici e stabiliva con il potere politico dei governi rapporti lobbistici, spesso sconfinati con il finanziamento illecito e la corruzione. Può, quindi, essere riproposta lespressione del fallimento della razza padrona, senza più idee e prospettive, incapace di dare risposte ai problemi drammatici di questo nuovo secolo, vittima, come lapprendista stregone, dei guasti da essa medesima provocati. In questo vuoto, è emerso il protagonismo dei rentiers, con il loro capitalismo, regressivo. Così ha preso corpo un capitalismo cannibale che, persa la grande sfida della globalizzazione e della internazionalizzazione dei mercati, divora se stesso in una guerra intestina per dividersi le spoglie di un sistema economico sempre più speculativo e finanziarizzato. Le alleanza tra i poteri si scompongono e ricompongono, le cordate possono scorrazzare come velieri pirati allarrembaggio delle grandi flotte insicure, imperi economici che sembravano solidi, possono essere spazzati via, vittime di quella speculazione finanziaria che avevano assunto come elemento strategico del proprio arricchimento. Il sistema creditizio, la stessa Banca Centrale e il sistema dei partiti non sono estranei ma, troppo spesso, interni a questa logica perversa. Dal punto di vista del modello economico e sociale, è fallito il tentativo di trasformare lItalia in un Grande Nord Est, assunto come modello vincente nella grande sfida dellinternazionalizzazione dei mercati. Impossibile ormai luso dello strumento della svalutazione, il capitalismo italiano ha fondato nella riduzione del costo del lavoro il moloch cui affidare il compito di reggere la sfida della globalizzazione. Riduzione dei salari, affievolimento dello stato sociale e dei diritti del lavoro, sono stati perseguiti con grande determinazione come gli strumenti che avrebbero permesso di reggere la sfida. Contemporaneamente, con le privatizzazioni, si è scelto di escludere ogni forma di intervento pubblico per orientare le grandi scelte di politica industriale e di sviluppo. Si è, specialmente in questi ultimissimi anni, denunciato la grave regressione nel nostro Paese della ricerca e dellinnovazione: questa non è frutto di un destino, ma il risultato di quelle scelte. Occorre, quindi, cambiare radicalmente strada. Una nuova politica economica passa,in primo luogo,dal ridisegnare un nuovo spazio pubblico di orientamento, intervento e controllo sullo sviluppo economico del Paese. Vuol dire passare attraverso una modifica strutturale del patto di stabilità europea:assumere nuovi vincoli di convergenza che favoriscano la qualità di una economia che sia socialmente equa ed ecologicamente sostenibile. Passa, attraverso questa via, la capacità di individuare alcuni nodi di fondo e assi su cui investire con risorse pubbliche nella direzione della ricerca, della qualità, dellinnovazione. Significa avere unidea del nostro Paese e della vocazione del suo territorio, della ricchezza delle produzioni agricole, della loro qualità, della valorizzazione del primato culturale e ambientale che lItalia può far valere. Vuol dire pensare a interrompere la logica degli incentivi a pioggia alle imprese e, invece, orientare le risorse pubbliche in investimenti in settori strategici, anche di produzioni manifatturiere e industriali, connesse con il risparmio energetico, il trasporto pubblico, le tecnologie più avanzate. Abbiamo bisogno di una crescita dei salari verso i livelli dei principali Paesi europei, un sistema di protezione sociale e di diritti solido, una istruzione pubblica di massa e di qualità sono funzionali anche nellaffermare unaltra idea dello sviluppo di questo Paese, incrementare la domanda interna ma, soprattutto, produrre saperi e lavori ricchi. VOGLIO
Ma parliamo anche dei beni immateriali che caratterizzano in termini crescenti il nuovo capitalismo alla cui logica vengono piegati, determinando così una nuova servitù della cultura e della scienza. La liberazione della cultura e produzione culturale da questa nuova servitù è un compito prioritario del programma anche perché esse non si configurano più come realtà separate e autonome rispetto al processo produttivo ma quali fattori decisivi, in un senso o nellaltro, dello stesso carattere dello sviluppo. In Europa e in Italia, in particolare, non si può prospettare una fuoriuscita dalla crisi e dal declino se non facendo della cultura una delle componenti essenziali nella costruzione di una economia sostenibile e socialmente progressiva. Anche ciò che viene chiamata la economia della conoscenza non è affatto il regno neutrale della modernità, quanto il termine di nuovi e antichi conflitti che investono la natura della proprietà e le disuguaglianze tra ricchi e poveri. Qui le aziende realizzano i loro profitti attraverso brevetti, marchi di fabbrica e accordi di non divulgazione. Al contrario, la costruzione dellinformazione e della conoscenza e la progressiva sottrazione della ricerca al dominio sempre più esclusivo del mercato, sono gli obiettivi imprescindibili per difendere lecosistema terrestre e combattere le disuguaglianze sociali. Anche i beni naturali, come lacqua, laria, il territorio, sono stati spesso privatizzati e liberalizzati in un mix distruttivo e socialmente impoverente. Spesso sono queste le cause dellaggravarsi delle conseguenze di cosiddette catastrofi naturali che naturali non sono affatto ma sono provocate proprio da quelle politiche. Una nuova politica di ripubblicizzazione dei beni comuni è una grande opportunità non solo per garantirne la fruibilità a tutti ma anche come occasione di una diversa economia, di occupazione legata alla valorizzazione del territorio e ad una economia connessa alla ricchezza della terra e della naturalità. Occorre abbandonare la cosiddetta politica delle grandi opere, che devastano il territorio e creano uno sviluppo drogato che finisce con la costruzione dellopera medesima che si fa cattedrale nel deserto e che vada contrastata la deregolazione del governo del territorio e in campo urbanistico, la politica dei condoni, la svendita di beni naturali, paesaggistici e ambientali. In alternativa, bisogna investire in grandi opere di civilizzazone come quella di garantire lacqua potabile in tutte le realtà del Paese e nella più grande opera di ammodernamento infrastrutturale di cui abbiamo necessità: la messa in sicurezza del territorio a partire dalla difesa del suolo, la riforestazione delle montagne e rinaturalizzazione delle coste e degli argini. Allo stesso tempo, è necessaria una politica nuova nel campo dei rifiuti. Il punto decisivo, la priorità vera deve essere la diminuzione dei rifiuti prodotti, il riuso, la raccolta differenziata e il riciclo. Lobiettivo deve essere almeno quello di rispettare le tappe previste dalla normativa comunitaria, ad oggi totalmente disattese. Analogamente, occorre intervenire per realizzare gli obiettivi di diminuzione di emissione di gas serra previsti, a cominciare, come primo passo, dal raggiungimento degli obiettivi di riduzione previsti dal protocollo di Kyoto che, fino ad oggi, sono rimasti sulla carta. Le vertenze territoriali sono il sale di una nuova cultura politica della partecipazione. Accanto alle nuove municipalità e al bilancio partecipativo, rappresentano la grande novità di questi anni che va ulteriormente valorizzata. VOGLIO
Spesso si dice che questa evasione è determinata dallalto livello dellimposizione fiscale. In realtà, il livello della pressione fiscale nel nostro Paese non è superiore alla media dellUnione Europea. Il suo problema è che è squilibrata ed iniqua. I fatti parlano chiaro. Le imposte sui redditi da lavoro dipendente e assimilati sono passate dal 41,7% del gettito totale negli anni Ottanta, al 44,3% negli anni Novanta, fino ad arrivare addirittura al 52,5% nel 2002. Il sistema fiscale ha quindi accentuato la tendenza in atto alla redistribuzione del reddito a vantaggio dei profitti e delle rendite. E lo ha fatto in modo clamoroso, soprattutto a partire degli anni Novanta. Dal 1991 al 2002 il gettito totale delle imposte dirette statali è aumentato in termini reali del 15,4%. Questo incremento nasconde però importanti differenze di classe. Il gettito del prelievo fiscale diretto sui redditi da lavoro dipendente e assimilati è aumentato del 40,4%, mentre quello sui redditi da capitale e da lavoro autonomo è diminuito del 3,6%. Infatti, mentre i lavoratori dipendenti e i pensionati hanno la ritenuta alla fonte e i loro redditi sono tassati senza alcuna possibilità di deroga (anzi, vengono decurtati ulteriormente dalla mancata restituzione del fiscal drag), gli altri redditi, quelli di impresa, ma anche di categorie privilegiate, ordini professionali hanno grandi possibilità di evadere o eludere il fisco. E stato calcolato che, per lesiguo numero di ispettori del lavoro, la possibilità per unimpresa di essere sottoposta a verifica della correttezza fiscale, è di poco superiore allo zero. Così, combattere levasione fiscale è come cercare lago nel pagliaio. Il vero punto è che levasione e lelusione sono state incoraggiate dalle misure concrete assunte dal governo delle destre in questi anni: i condoni e le sanatorie hanno, infatti, rappresentato lo strumento essenziale di reperimento di fondi nelle leggi finanziarie (dai capitali esportati illegalmente, al lavoro nero, solo per citarne alcuni). In una nuova politica,colpire levasione fiscale deve divenire la priorità di governo. Accanto a questo, si possono assumere una serie di misure nella direzione della penalizzazione della rendita finanziaria: introdurre
una tassazione per le transazioni finanziarie internazionali (tobin tax); VOGLIO
Una domanda forte di libertà sale dalle modificazioni sociali e del costume, dalla richiesta di poter affermare il valore delle differenze tra scelte di vita, dagli orientamenti del proprio sistema di relazioni affettive, dalle culture di appartenenza. Occorre,innanzitutto,opporsi chiaramente agli attacchi cui vengono sottoposte le conquiste storiche del movimento delle donne,come la legge sullaborto o la contraccezione e rilanciare appieno il tema dellautode-terminazione delle donne sul proprio corpo, a partire da una ripresa di iniziativa per la cancellazione e il vero superamento della legge 40 sulla fecondazione assistita. Occorre una nuova legislazione per il diritto al riconoscimento della propria scelta sessuale e della propria identità di genere, eliminando ogni forma di discriminazione nel lavoro e nella società, garantendo al contempo diritti sociali e personali fondamentali per gay, lesbiche e transessuali. Una legge sulle unioni civili rappresenterebbe un passo fondamentale, anche se non lunico,in questa direzione. Di fronte al continuo peggioramento della situazione carceraria, per i problemi derivanti dalla vivibilità delle strutture, dalla difficoltà di garantire il diritto alla cura e da un sovraffollamento che si fa disumano, occorre rilanciare il tema dellindulto, dellamnistia e della riforma del sistema carcerario. Alle migranti e ai migranti va garantito il diritto di voto, a cominciare da quello amministrativo, e, nel quadro europeo, va conquistata la cittadinanza di residenza. La legislazione italiana, in questo senso, va riformata ispirandosi al principio dello jus domicili. Una legge per il riconoscimento del diritto dasilo, oggi negato a gran parte di quanti fuggono dai territori di guerra o dove sopravvivono regimi sanguinari e persecutori è un punto di fondo, anche ai fini di una nuova legislazione sui migranti che, accanto allabrogazione della Bossi Fini, giunga alla soppressione dellinfamia dei centri di detenzione per i migranti,i cosiddetti CPT. Una nuova legislazione è necessaria anche nel campo delle tossicodipendenze nella direzione di una rottura con la cultura e la pratica della repressione e del proibizionismo. Bisogna garantire lindipendenza della magistratura dal potere dellesecutivo, così come quella degli organismi di tutela della privacy, di contrasto alle concentrazioni, specialmente nei settori dellinformazione giornalistica e televisiva. Il servizio televisivo pubblico va garantito e profondamente riformato: lindipendenza dal potere politico e lautogoverno degli operatori deve esserne il perno. Non si combatte il terrorismo riducendo le libertà personali o, ancora peggio, perseguendo lobiettivo di criminalizzare il conflitto sociale. Alla deriva verso il conflitto di civiltà va contrapposta la pratica del dialogo e della crescita delle relazioni e degli scambi. La criminalizzazione del conflitto sociale va contrastata con forza, garantendo lautonomia dei movimenti, non chiudendo gli spazi di autogestione, modificando quelle norme giuridiche arcaiche e figlie di una cultura repressi-va e autoritaria che vengono utilizzate ancora oggi per criminalizzare reati di opinione o forme di lotta. Lamnistia per i reati legati al conflitto sociale è un nostro obiettivo. In questo quadro, va radicalmente rivista lattuale normativa che limita, fino ad impedirlo, lesercizio del diritto di sciopero nei pubblici servizi. Agenda
delle priorità programmatiche proposte da Fausto Bertinotti nel quadro
dei Principi dellUnione | |
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