Leggere
Virginia Woolf
con gli occhi di una donna di oggi
Questa
recensione è stata pubblicata da Liberazione
Canto
del mondo reale. Virginia Woolf. La vita nella scrittura è un saggio di
Liliana Rampello su Virginia Woolf, la più grande scrittrice inglese del
'900. Ma è anche qualcosa di più. Di diverso. Giacché l'autrice
si sposta continuamente dalle apparecchiature e dai metodi "scientifici"
dei critici professionali anche se tiene conto - eccome - della mole impressionante
di studi che hanno accompagnato l'opera della scrittrice. Subito dopo, aggiungo
che dei tanti studi l'autrice si serve per controllare la giustezza di un percorso.
Senza abbandonare per questo il tracciato che ha deciso di seguire.
E
qual è questo tracciato? Quello del "lettore comune" (The Common
Reader è il titolo finto umile che la Woolf usò per la prima e la
seconda serie di raccolte di saggi). Un "lettore comune" come siamo
molte e molti di noi quando entriamo dentro un testo. E vi aderiamo e cerchiamo
un nostro filo di interpretazione. Di riconoscimento.
Rampello, appunto,
si riconosce nella Woolf. Ne dipana la felicità del lavoro creativo (con
La signora Dalloway, Al Faro oppure i testi più politici: Una stanza tutta
per sé, Tre ghinee e le migliaia di lettere, i diari). Ne mette in rilievo
l'educazione sentimentale raggiunta attraverso la mondanità letteraria
e quel gruppo (Virginia, la sorella Vanessa, Lytton Strachey, E. M. Forster, J.
M. Keynes, i critici d'arte Clive Bell, Roger Fry) di ironici, snob, diabolici
inventori di battute velenose che, dal quartiere dove molti tra loro abitavano,
fu battezzato Bloomsbury.
"La politica dell'amicizia" praticata
in quel gruppo diede alla Woolf il gusto della libertà. Una libertà
che la convinse a portare nella scrittura "una scienza della vita quotidiana"
capace di saldare le relazioni che la legavano agli altri e al mondo. Anche rispetto
alla difesa di comportamenti omosessuali, oggetto di scandalo per i moralisti
dell'epoca.
Naturalmente, fu aiutata dall'intelligenza. Dalla grazia con
la quale descrisse le avventure di Flush, giovane spaniel color rame, costretto
per devozione canina alla poetessa Elizabeth Barrett a dimenticare la sua libertà.
Dal tocco lieve della "biografia" Orlando, dove il protagonista vive
dal '500 al '900 e da maschio si trasforma in femmina. Senza che, per questo,
trionfasse l'androginia o la complementarietà dei sessi.
L'eccezionale
bellezza le diede una mano: indimenticabile il profilo con la crocchia di capelli
scivolata sul collo, il naso dritto, le labbra morbide. L'ambiente in cui era
cresciuta, dove il padre Leslie Stephen, intellettuale tardovittoriano, lasciava
che i figli e le figlie leggessero tutti i libri che volevano, e il matrimonio
con Leonard Woolf le permisero di muoversi con agio, di ascoltare le voci dell'esperienza.
Quel sapere che le permetteva di descrivere il passaggio del tempo, il vibrare
dei colori, il sospiro dell'aria salina, il trascolorare della luce, lo spettacolo,
il "gran gelo" o l'avventura di Londra.
E l'agire delle donne.
Intanto, nelle forme politiche pubbliche. Pensò che fosse meglio, per il
suo sesso, guardare di sbieco ai cosiddetti "Grandi Eventi". Nel diario
del 1940 scriverà: «Tutto fumo questa guerra. Una vecchia signora
che si aggiusta il cappello possiede maggiore concretezza».
Queste
cose mette in rilievo Liliana Rampello, con un'operazione nella quale evita lo
specialismo di molta critica inglese e americana della Woolf. La psicoanalisi
la maneggia con parsimonia; in effetti, le frequenti crisi depressive, l'avanzare
della follia, il suicidio nelle acque del fiume Ouse hanno finito per schiacciare
l'opera della scrittrice sui buchi neri della sua vita.
Per il ritmo del
racconto, si potrebbe accostare Canto del mondo reale al film di Alina Marazzi
Un'ora sola ti vorrei, con quel montaggio capace di dare consistenza alla figura
della madre morta suicida. Solo che qui, nelle manovre di avvicinamento ai testi
della scrittrice, l'autrice sceglie di seguire l'"amore per la vita"
di Virginia Woolf. Mettendo in discussione il richiamo luttuoso che, negli anni
Settanta, ci fece guardare alla scrittrice come interprete eccelsa del dolore
che le donne spesso provano di fronte alla fatica dell'esistenza.
Rampello
è una femminista. Si rende conto che in tante abbiano trovato le radici
del nostro femminismo in quei romanzi o saggi o lettere. Tuttavia, cerca un altro
percorso. Quello della scrittrice che non intendeva rinunciare alla "differenza"
dell'essere donna. Anche se diffidava della guerra tra i sessi. E non era confortata
certo dalla presenza di giganti suoi contemporanei: da Lawrence a Joyce con il
suo "grande, orribile libro" (la definizione si riferisce all'Ulisse).
Convinta che l'essere umano è identità e differenza, ne
deduceva che noi siamo qui, su questa terra da uomini e da donne. In altalena
tra debolezza e forza, ammirazione e distacco, vanità e ironia, ragione
e sentimento. Osservava "la magnifica ossessione" degli uomini, la gelosia
e il possesso. Decisi a "sposarne una perché non possa sposare un
altro". Annotava l'inspiegabile protezione che le donne dedicano al sesso
maschile. Perché la Woolf non ignorava la complicità femminile nei
confronti della cultura patriarcale. E però, ammettere che «gli uomini
sanno come e cosa si deve dire, e a loro ci si affida per deferenza nei confronti
del misterioso accordo che loro e non le donne intrattenevano con le leggi dell'universo»,
secondo voi è segno di complicità?
Non avrebbe mai buttato
a mare il matrimonio. Per la signora Ramsey una donna non sposata perde la parte
migliore della vita giacché "l'intimità stessa è conoscenza".
Secondo un antico addestramento, il sesso femminile svolge un lavoro di civiltà
che consiste nella "comprensione degli esseri umani". Le relazioni sostengono
questo lavoro di civiltà. E quando cambiano, cambia la letteratura, la
politica, la religione, il comportamento. Di questo primato delle relazioni Rampello
è grata alla Woolf. Di qui una critica condotta con gli occhiali dell'oggi,
si direbbe in linguaggio giornalistico. Con gli occhi di una donna di oggi, suggerisco
io.
Letizia
Paolozzi