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Unione, il confronto tra due politiche economiche
Programma. È sicuramente l’economia il nodo più insidioso. Moderati e radicali cercano la via per rilanciare l'Italia
Alfonso Gianni*

È certamente l’economia il terreno più difficile per raggiungere un’intesa programmatica soddisfacente per l’Unione. La riunione di San Martino in Campo l’ha evidenziato con una certa nettezza. La cosa, di per sé non è sorprendente, anzi era prevedibile. Quando si arriva a discutere di questioni come la redistribuzione del reddito o le grandezze di spesa emergono posizioni differenti. Intendiamoci, nessuno afferma esplicitamente che bisogna applicare una politica di lacrime e sangue o una politica dei due tempi. La cosa si presenta in modo sottile, ma non per questo in modo meno grave.
Se dovessi riassumere, la questione più rilevante è: se bisogna rispettare una scelta di compatibilità rispetto ai vincoli europei e alla capacità di lancio attuale del nostro paese e da lì poi far derivare le misure economiche necessarie, oppure se, al contrario, si tratta di definire una robusta politica di redistribuzione del reddito cercando di forzare i vincoli europei - ricontrattandoli come fa del resto ogni nuovo governo - utilizzando la politica di bilancio in senso espansivo.
Si tratta di due filosofie diverse che naturalmente danno origine a delle politiche e a delle misure diverse. Naturalmente, il terreno è scosceso per tutti gli attori in scena, perché il centrodestra ha fatto il deserto. Il deficit è cresciuto e l’indebitamento complessivo è arrivato a cifre enormi. È quindi evidente che nessuno può proporre finanze allegre. Tuttavia, se noi vogliamo conquistare un consenso e mantenerlo anche dopo aver vinto le elezioni bisogna dare subito il segnale, nei primi fatidici cento giorni, di una politica di svolta economica. Questo significa attuare misure contro il declino economico e industriale, agire politiche a favore di una redistribuzione del reddito, potenziare lo stato sociale.
Non basta quindi cancellare la legge 30, la Bossi-Fini o la riforma Moratti. Bisogna fare politiche il cui carattere sociale sia chiaro ed evidente. Si tratta nel medio periodo di trovare delle risorse. E queste vanno sicuramente cercate nella lotta contro la rendita.
Da questo punto di vista, è certamente interessante la disponibilità a rilevare la tassazione sulle rendite finanziarie dal miserabile 12,5% - come è attualmente - a livelli che ci avvicinino alla media europea. Ma il frutto di questa nuova politica fiscale si potrà avere solo più avanti nei mesi e magari negli anni.
Nell’immediato cosa fare? Questo è il punto su cui c’è la divergenza. Noi ribadiamo con molta chiarezza che bisogna applicare una politica di redistribuzione del reddito. Questo significa favorire l’incremento dei salari, e dunque sostenere e non deprimere le vertenze contrattuali che fossero rimaste aperte dopo le elezioni e comunque mettere in atto una politica a favore del salario. Dall’introduzione del fiscal drug a immediate modifiche sul prelievo fiscale. Significa innalzare le pensioni minime, portarle almeno al vecchio milione di lire – per intenderci - e reintegrare il recupero, rispetto all’incremento del costo della vita delle stesse pensioni. Pensare anche a un recupero rispetto all’incremento del costo della vita degli stessi salari superando il principio dell’inflazione programmata. Si tratta di sostenere un intervento pubblico nell’economia. Si tratta di irrobustire e democratizzare lo stato sociale. Questi sono i principali segnali che dobbiamo dare.
Sul tema della legge 30, alcuni passi in avanti sono stati fatti, ma rimane ancora un contrasto tra chi – come noi - intende abrogarla e quindi sostituirla con una legge universalista sui diritti di tutti i lavoratori e chi semplicemente vuole sostituirla con una legislazione sulla flessibilità un poco moderata in senso garantista, ma sempre con un’ottica tesa a favorire le forme di utilizzo della forza lavoro non secondo i bisogni e i diritti dei lavoratori, ma in ragione della competitività.
D’altro canto, l’intervista, rilasciata due giorni fa al Sole 24 ore, del vicepresidente di Confindustria Bomassei parla chiaro. Il padronato vuole rompere il tabù del sabato festivo. In sostanza, vi è una pressione all’aumento dell’orario lavorativo sia per giornata che per settimana, sperando per questa via di reggere il confronto della competitività. Cedere sul terreno della flessibilità dal punto di vista legislativo, non operare una drastica inversione di tendenza su questo terreno, significa esporsi agli stessi pericoli che vogliamo a parole combattere. La differenza non è da poco.
Non dico che non c’è un problema di competitività dell’Italia sul mercato globale. C’è naturalmente, ma non può essere combattuta la sfida sulla riduzione del costo del lavoro, né sul problema della forza lavoro. La sfida globale deve essere vinta con un elevamento complessivo della qualità della produzione, con una scelta di prodotti innovativi, con una maggiore ricerca applicata all’innovazione tecnologia.
In conclusione, direi che il contrasto non è banalmente tra chi ha un occhio più di riguardo ai ceti intermedi e a quelli forti e a chi sceglie la strada dei più deboli. C’è sicuramente anche questo tra le diverse anime che compongono la sinistra. Il problema che abbiamo di fronte, però, sovrasta la semplice distinzione di sensibilità politica rispetto alle classi, perché in gioco, questa volta, c’è l’intero paese.
Dal tipo di politica economica che si sceglie deriverà il miglioramento effettivo delle condizioni di vita delle classi lavoratrici, ma anche il futuro del sistema paese nel suo complesso.
Contiamo quindi di insistere su questi temi, di poter arrivare a una riscrittura dei punti su cui c’è disaccordo. Il dialogo e il confronto dialettico hanno già dimostrato in altri campi di poter portare risultati. Naturalmente l’apertura dell’Assemblea programmatica a soggetti sociali e non semplicemente esperti di partiti politici, aiuterà a trovare soluzioni convincenti che sono indispensabili non solo per battere le destre, ma soprattutto per governare e per farlo socialmente bene nei prossimi anni.

*deputato Prc



RIFONDAZIONE COMUNISTA