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Bertinotti:
Con questa maggioranza si può governare, vi spiego perché di
Stefano Bocconetti
I
giornali sono pieni di commenti sulla variante italiana della Merkel, sono pieni
di riflessioni sulla Grande coalizione. Con Fausto Bertinotti proviamola a
prendere, però, dal "nostro" versante. La domanda è secca:
si può governare con il cinquanta virgola uno per cento? Si può
governare con un voto di più dellavversario? "Domanda secca,
risposta secca: sì". E
credi che avrebbero risposto così i leader della sinistra di qualche decennio
fa? Ti faccio una premessa: che io, anche allora, allinizio degli anni
70, non ero affatto convinto dellelaborazione di Berlinguer, secondo
cui non si sarebbe dovuto governare con una maggioranza risicata. Ma mettiamo
da parte le mie obiezioni di allora. Io credo che non si possano paragonare le
due situazioni. Lidea di Berlinguer, elaborata allindomani del colpo
di Stato in Cile, nacque insomma a tuttaltra latitudine. Non era dentro
il sistema politico dellalternanza, nasceva, si fondava soprattutto su un
dato: lesistenza di grandi partiti di massa. Parlo di partiti veri, radicati,
popolari. Perché, non scordiamocelo mai, in quegli anni cera corrispondenza
fra paese reale e paese ufficiale, e paese della politica. Cera
uno scambio continuo fra quei due mondi. Ora la situazione è completamente
diversa. Quei partiti, quelle forme-partito non ci sono più. E oggi, soprattutto
in ragione dellalternanza, il voto diventa un mandato preciso alla coalizione.
Oggi il voto diventa un mandato ai partiti che fanno parte della coalizione. E
il mandato a governare, è il mandato a realizzare, comunque, il programma
con cui ti sei sottoposto al voto. E si potrà dire quel che si vuole, ma
il mandato emerso domenica scorsa mi sembra chiaro: lUnione deve governare. Avanti
comunque, dici questo? Certo, ma attenzione. Quello che si realizza sul piano
parlamentare è un conto, diverso è ciò che avviene nella
società. Cosa
vuoi dire? Voglio dire che con un voto in più si governa alle Camere,
ma non si realizzano le riforme col cinquantuno per cento nella società.
Beninteso, non penso ad una logica referendaria da utilizzare ad ogni pie
sospinto. Penso però che ciò che può passare nelle aule parlamentari
con una ristretta maggioranza, poi debba vivere con un consenso assai più
vasto. Consenso che può esprimersi attraverso le mille forme della partecipazione:
dal conflitto ai pronunciamenti delle comunità locali, a tante altre forme
da inventare. Insomma, sarà lì, nel sociale che ti giochi la tua
capacità di egemonia, di essere il motore della trasformazione. E per essere
ancora più chiaro: col cinquanta e uno per cento puoi modificare le norme
che istituzionalizzano la precarietà a vita di unintera generazione.
Ma per cambiare, per riformare davvero, devi avere il consenso del sessanta, settanta
per cento del paese. Questa è la scommessa. Hai
tirato fuori una cifra a mo di esempio. In un paese che tutti gli osservatori
descrivono, invece, come diviso a metà, al 50% A proposito: ti convince
la definizione dellItalia come di una comunità spaccata? Sì
e no. Più
nel dettaglio? Diciamo così: è sicuramente un paese spaccato
politicamente, ma frastagliato - ecco: frastagliato credo sia la definizione giusta
- socialmente. Nel senso che la divisione politica, netta e inequivoca, non porta
con sé una spaccatura nella vita quotidiana. Si vota diversamente, si hanno
magari due concezioni opposte della vita ma poi ci si ritrova al lavoro, al bar,
allo stadio. In realtà, insomma, mi sembra che prevalga un fenomeno che
chiamerei di voglia di comunità. In questo senso non è esattissima
la definizione di Italia spaccata. Quella linea di separazione, insomma, vale
per le elezioni, non per tutto il resto. Anche se
Anche
se cosa? Io una divisione la vedo. Non è netta, nel senso che è
più sotterranea. Ma solo perché è poco esplorata. E
qual è questa divisione? La chiamerei la divisione fra lalto e
il basso. Fra lalto e il basso della società. Lalto, più
o meno, ce lhanno tutti chiaro. Ma cosè davvero quel basso? E
davvero difficile risponderti perché sono pezzi di società - mi
verrebbe da dire sono buchi neri della società, ma lascia perdere
perché rischiamo di non farci capire -, pezzi di società profonda,
ti dicevo, dove la sociologia non è arrivata. Noi non abbiamo gli strumenti
per indagarla, altri non ne hanno la curiosità. Almeno
proviamo a definirla sommariamente. Penso alla campagna elettorale che abbiamo
appena fatto. Penso ad alcune zone industriali, proprio al limite di quelle aree
industrializzate del Nord - dove per altro le destre sono tornate a vincere -,
penso ad alcune fabbriche. Fabbriche poco o nulla sindacalizzate. Lì, me
lhanno raccontato i compagni, i lavoratori rifiutavano i nostri volantini.
Persone, insomma, spogliate di tutto. Della camicia, certo, loro che non hanno
diritto neanche ad organizzarsi per la tutela sul lavoro. Ma spogliate anche di
qualcosa in più: del loro diritto a pensare un futuro sicuro. E questo,
tutto questo, li porta a vedere, a vedere anche te, come uno straniero. Te che
magari hai un lavoro sicuro, te che magari hai la camicia da impiegato, te che
magari parli ma in quanto politico godi di qualche privilegio. Ecco questo è
il basso di cui ti parlavo. Ed
è questo basso che ha portato nelle casse della destra quasi
due milioni di voti in più rispetto alle regionali? Sì, almeno
in parte. Le
altre parti, invece, quali sono? Insomma, perché la destra
ha sorpreso tutti rimontando in quella maniera? Ha recuperato per una somma
di fattori. Cè un elemento di collante ideologico, che forse abbiamo
sottovalutato. Parlo dellideologia proprietaria. Sì, in fondo la
campagna elettorale della destra e del suo leader è stata rivelatrice di
questo: dicevano a quei settori non ti faccio pagare lIci, non ti faccio
pagare le tasse. Ti regalo questo, questaltro. Gli altri, invece, te le
faranno pagare. Se ci pensi bene, insomma, la cifra della propaganda di Berlusconi
è stata davvero la boutade alla Confindustria di Vicenza. Perché
il leader della destra aveva capito bene che un pezzo della borghesia gli aveva
voltato le spalle e aveva deciso di votare lUnione. Come
chiameresti quel pezzo della borghesia? Impresa difficile. La vogliamo chiamare
borghesia educata? Quel
pezzo di borghesia gli ha voltato le spalle, e a quel punto? E allora Berlusconi
ha lasciato perdere. Si è concentrato sul resto della borghesia. Quella
improduttiva, quella che vuole arricchirsi subito, quella che vuole fare i soldi
con altri soldi, senza rischiare. Ha puntato su di loro. Pensaci bene: in questa
campagna elettorale è partito proponendo improbabili bilanci positivi del
suo governo, poi ha provato con Dio, patria e famiglia, poi sè improvvisato
un po Schroeder, collocandosi allopposizione del nuovo probabile governo,
ma alla fine ha scelto: ha fatto appello allegoismo proprietario. E sè
buttato sulle tasse. A
guardare bene, però, non è proprio lo stesso blocco sociale che
lo portò a vincere nel 2001. Esattamente. Anche cinque anni fa, Berlusconi
ebbe lintuizione giusta. Sapeva che qui da noi, la ricetta Thatcher non
avrebbe avuto spazio. E così si inventò quel mix di neoliberismo
e subcultura leghista, centrata sulla figura dellimprenditore del Nord Est.
Ma quella miscela non ha retto alla prova del governo. Così ha capito prima
di altri
Anche
di qualcuno a sinistra? Sì, certo anche di qualcuno a sinistra. Comunque
ha capito che fare appello a quel blocco era impossibile, perché si era
disgregato. E così ha provato a inventarsene un altro. Centrato sulla paura
dei proprietari. Nonostante tutto, però, ha perso. Ora
la destra rappresenta quei settori. E con questa destra esistono spazi di intesa
bipartizan? No. Nel modo più assoluto. Perché i due schieramenti
sono portatori di due visioni diverse della società. Ce lo siamo detti
in campagna elettorale, forse è arrivato il momento di farne discendere
comportamenti concreti. E qui vedo una possibilità di rigenerarsi della
politica. In
che senso? Te lo dico così: in questa elezioni abbiamo affermato il
principio dellalternanza. Ma, nel caso dellUnione, magari anche indipendentemente
dalla volontà di molti dei soggetti che ne fanno parte, lalternanza
può e si sta trasformando in alternativa. Vedi, la grande coalizione, fa
sicuramente parte delle cose possibili. In altre parti dEuropa è
allordine del giorno. Può non piacere, come a noi, ma è così.
Qui da noi, però, non è così. Qui da noi si sono misurate
due concezioni non mediabili, due angoli di visuale non sovrapponibili della società.
Loro di là, noi di qua. Ecco perché la proposta che è
sempre aleggiata in questa campagna elettorale quella elaborata dai poteri
forti, da Montezemolo, lidea del grande centro insomma, in Italia non ha
chances. E sbagliata ma anche inapplicabile per geografia politica, per
realtà sociale. Forse semplicemente perché il centro sè
dissolto: o stai di là, o stai di qua. E ritorno al discorso di prima.
Se lItalia non è divisa sociologicamente, lo è sicuramente
dal punto di vista politico. Pensa anche allultimo appello, quello un po
volgare di Berlusconi: votate secondo i vostri interessi. M a volte anche se i
loro interessi stanno di là, non è impossibile vedere altre ragioni
per stare da questa parte. E, fortunatamente, la nostra parte ha vinto. Dentro
questa parte che ha vinto cè sicuramente Rifondazione. In due parole,
perché il successo del tuo partitoi? In pillole. Anche qui, mi sembra
che si siano messi insieme due elementi. Uno, che magari non è stato quantitativamente
enorme ma significativo. Il voto ha voluto premiare il partito che più
di ogni altro ha innovato, ha spinto e scommesso sullinnovazione: la sezione
italiana della Sinistra europea, la non violenza, il rapporto coi movimenti. Il
secondo: mai come stavolta siamo stati percepiti come la forza che più
di altre garantisce unità e radicalità. Impegnati fino in fondo
nella battaglia comune per mandar via le destre, impegnati ogni giorno per spostare
a sinistra lintera coalizione. Però
Rifondazione è andata meglio al Senato che alla Camera. Come te lo spieghi? E
un tema sul quale abbiamo cominciato a riflettere. Ma già i primi dati,
le prime analisi qualcosa ci dicono. Per esempio che siamo riusciti ad intercettare
una parte del voto diessino che si oppone alla nascita del partito democratico.
Questo però è valso soprattutto al Senato, dove invece era presente
il simbolo della Quercia. Perché quel voto è venuto soprattutto
di quella parte del partito die diesse più legata alla militanza, alle
attività politiche. Alla Camera, invece, è inutile negarlo, lidea
del partito democratico, seppure nelle vesti del Listone-Ulivo, ha esercitato
un grosso fascino fra gli elettori più giovani. Ed
è un problema? Francamente sì. Perché ci rivela che il
bisogno di unità è un valore enorme, di cui non sempre cogliamo
lampiezza. Anche qui mi spiego meglio: io sono convinto che non esista una
netta linea di separazione fra lelettore radicale e quello riformista. Meglio:
diciamo che è un confine mobile. Ma il terreno dei programmi non è
il solo che decide la loro collocazione. Esiste quel tema, quello dellunità,
che pesa, eccome. Certo, è un tema difficilissimo da trattare. Perché
in Italia siamo ancora alle prese con tutto ciò che sè portato
dietro lo scioglimento del Pci. Dalla crisi di quel partito, il gruppo dirigente
ha scelto di uscirne a destra, con unopzione moderata. Con tappe successive.
E questo, diciamocelo francamente, se non impossibile, rende difficilissimo, riuscire
a costruire qualcosa che tenga assieme quel bisogno dunità con una
politica di sinistra. E un tema, uno dei tanti che abbiamo davanti. Le
ultime domande sono sullattualità. Avete già cominciato a
parlare della delegazione di Rifondazione nel nuovo governo? No, ti assicuro
di no. Lunica cosa che voglio dire, e che ho già detto, è
che non ci sono luoghi di governo, non ci sono incarichi di governo che possano
essere ritenuti indisponibili per Rifondazione. Ma
chi dovrà dare lincarico a Prodi? Il nuovo Capo dello Stato. Hai
qualche idea su chi possa essere? Ce lho, ovviamente. Ma la tengo per
me, francamente mi sembra non corretto. E
te? Che farai? Tutti continuano a parlare di incarichi istituzionali? Ho detto
e ripeto che sono indisponibile a qualsiasi incarico di governo. Non mi sento
di rispondere allo stesso modo se la domanda si riferisse ad altri incarichi. di
Stefano Bocconetti (giovedì 13 aprile)
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