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Il segretario Fiom Cgil Rinaldini: la 30 precarizza, i diritti vanno rimessi al centro
di
Antonio Sciotto

«Parlare solo della legge 30 potrebbe sembrare perfino riduttivo: è l'intera legislazione del lavoro che andrebbe riscritta, a partire dalle norme sui contratti a termine. Vanno rimessi al centro i diritti, e questo non si può fare aggiustando con semplici emendamenti». Il segretario generale della Fiom Gianni Rinaldini indica le priorità del sindacato: la lotta contro la precarietà, la salvaguardia e l' incremento del salario. Tutto all'interno del dibattito - caldissimo - sul destino della legge 30. E proprio domani, sulla precarietà e la contrattazione, la Fiom terrà un importante convegno alla Camera del lavoro di Milano, con lo stesso Rinaldini, Giorgio Cremaschi, diversi giuslavoristi, il segretario confederale Cgil Fulvio Fammoni e il segretario generale del Nidil Emilio Viafora. Una sorta di primo «punto» sul tema dopo le elezioni, che può diventare un messaggio per il governo: «Per il momento non commento le dichiarazioni dei ministri, l'esecutivo si è formato da troppo poco tempo - spiega Rinaldini - Ma è certo che il sindacato, la Cgil, non può stare a guardare, giocando di rimessa: al contrario, può e deve mettere in campo le sue proposte e sostenere la politica verso determinate direzioni».

Partiamo dunque dal destino della legge 30. Cosa farne? E che futuro dovrebbero avere figure come i lavoratori a progetto, gli interinali, o i contrattisti a termine?
Sulla legge 30 le posizioni espresse da Guglielmo Epifani sono assolutamente condivisibili, rispecchiano la nostra posizione congressuale. Quando diciamo «cancellare la legge 30», intendiamo che non è possibile emendare semplicemente la legislazione attuale, ma che va disegnata una legge completamente nuova, che rimetta al centro il lavoro a tempo indeterminato. Quanto ai lavoratori a progetto, è evidente a tutti che oggi rappresentano una vera e propria «operazione truffaldina»: nella maggior parte dei casi non è altro che lavoro dipendente mascherato. Potrebbero avere senso solo nel caso in cui fossero una pura eccezione, senza alcun elemento di subordinazione, e riservati alle alte professionalità: ma è chiaro che, comunque, non basta alzare di poco i contributi e tutte le voci della retribuzione. Al minimo dovrebbero essere parificati nei costi ai dipendenti, se non costare di più. In ogni caso, va fatta chiarezza rispetto agli attuali abusi, e la proposta della Cgil di modificare il Codice civile, distinguendo il lavoro economicamente dipendente da quello autonomo, va in questa direzione.

I rapporti a termine egli interinali dovrebbero cambiare?
Va detto innanzitutto che dovrebbero essere cancellate tutte le altre tipologie, a partire dal job on call e lo staff leasing, certo, ma io sottolineo soprattutto il contratto di inserimento. Al contrario, bisognrebbe puntare molto sull'apprendistato - aggiungendo coperture come la malattia - e pensando a una formazione vera, e non fasulla come nei vecchi cfl. In Germania oggi l'apprendistato è un mezzo fondamentale di inserimento e formazione. Sui contratti a termine, bisognerebbe reintrodurre le causali e le percentuali: perché l'attuale legislazione rimanda falsamente alla contrattazione, ma in realtà lascia mano libera alle aziende per i contratti sotto i 7 mesi prorogabili. Sugli interinali, vanno limitati alle professionalità medio-alte, per esigenze extra rispetto all'organizzazione dell'azienda. In tutti i rapporti a termine, va sottolineata l'eccezionalità del ricorso, e dovrebbe essere previsto un obbligo di assunzione a tempo indeterminato oltre un certo limite di uso: lo fissavamo nei pre-contratti Fiom, oggi lo fa Zapatero. Nell'ultimo rinnovo con Fim e Uilm avevamo chiesto, non a caso, una «percentuale onnicomprensiva» dei rapporti a termine.

Il mercato si può aprire alle nuove generazioni, come ipotizzano alcuni, togliendo l'articolo 18?
Questo tema è stato spazzato via dalle mobilitazioni francesi, e lì i giovani non si sono ribellati contro le tutele dei presunti «garantiti». Anzi ne hanno capito il valore per loro stessi. Trovo patetico che dall'alto di professioni ipergarantite si giudichi sulla contrapposizione tra garantiti e non.

Oggi le imprese tornano a chiedere flessibilità di orario. Si può scambiare su questo terreno?
Montezemolo è tornato a chiedere quanto abbiamo respinto nell'ultimo contratto dei meccanici: le imprese devono poter comandare gli orari scavalcando il passaggio con le Rsu. Altrimenti, ha detto, per la Confindustria non ha senso parlare ancora di contratto nazionale. Credo che sia un punto chiave, poco colto dai mezzi di informazione e dalla stessa politica, attenti solo al discorso fiscale. Invece è fondamentale, perché oggi le imprese chiedono mano libera sulla precarietà e sulla flessibilità: ma già con i meccanici hanno 32 ore a disposizione che possono comandare quando vogliono, e nell'ultimo rinnovo abbiamo esteso la possibilità di fare l'orario plurisettimanale. Passando per le Rsu, è ovvio. Ma non basta, vogliono di più, chiedono di controllare tutto: ma se le Rsu non contrattano orari e retribuzioni, che ci stanno a fare? Così come circola un'altra idea, per certi versi opposta, quella che si decentri la contrattazione dell'orario tutta in azienda: ebbene, noi siamo d'accordo che a trattare per i loro orari siano i lavoratori, ma nel quadro di un chiaro orario settimanale, fissato dal contratto nazionale. Mi sembra invece che il vero fine sia un altro: fissiamo un orario annuale e una media settimanale, e poi per l'articolazione si mettano d'accordo nelle aziende. Ma sorge una piccola domanda: se non c'è l'accordo chi decide l'orario?

Il taglio del cuneo fiscale può essere una soluzione per il rilancio?
Io credo che bisogna sgombrare il campo da un equivoco di fondo: non è il costo del lavoro, oggi, il problema. Se al contrario si assume il discorso del cuneo come centrale per rilanciare la ripresa, si diffonde il falso messaggio che bisogna competere sui costi del lavoro: e allora oggi chiedo il taglio di 10 punti, come già fa Confindustria, e domani di 20. Detto questo, e dato che se ne è parlato in campagna elettorale, bisogna capire innanzitutto come si coprirà un eventuale taglio, se a pagare deve essere la fiscalità generale, o le future pensioni dei lavoratori. E infine, se verrà tagliato, credo che la maggior parte debba andare a vantaggio dei lavoratori.

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