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Afghanistan: l’accordo dell’Unione contiene segnali forti. Incomprensibile la minaccia di crisi di governo
di Giovanni Russo Spena (da Aprile on line)

Dubbi, critiche, osservazioni: qualsiasi commento, suggerimento e proposta sull’accordo che è stato faticosamente raggiunto dalla riunione dei capigruppo dell’Unione sulla missione afgana è legittimo. E’ invece puramente propagandistico il tentativo di nascondere i segnali forti di discontinuità che quell’accordo contiene a partire dal rientro totale delle truppe italiane dall’Iraq fino alla costituzione di un osservatorio della situazione afgana e passando per tutti quei risultati che sono stati raggiunti. Ed è del tutto incomprensibile la determinazione di alcuni compagni di arrivare a minacciare la crisi di governo o la formazione di un’altra maggioranza pur sapendo bene che entrambe queste eventualità comporterebbero enormi ritorni indietro sul piano della politica estera.

Senza dubbio il risultato della trattativa sull’Afghanistan rappresenta una mediazione: il Prc ribadisce infatti il suo giudizio negativo su quella missione, contro la quale ha votato 8 volte nel corso della passata legislatura, e sulla prosecuzione della missione Enduring Freedom supportatata dall’ Isaf. Gli attuali sviluppi della situazione sul teatro afghano dimostrano quanto fondata fosse l’opposizione a quella missione. Il nostro obiettivo strategico rimane dunque, senza ripensamenti, quello di un disimpegno totale dell’Italia dalle operazioni militari e di una riconversione totale della missione in direzione cooperativa e pacifica.

Intanto però quella mediazione fa si che il governo italiano abbia risposto negativamente alle richieste del comando Nato che chiedeva un incremento del nostro impegno militare come contropartita dal ritiro dall’Iraq. L’Italia non invierà nuovi mezzi bellici offensivi in Afghanistan, non aumenterà il numero dei soldati presenti su quel fronte, non sarà coinvolta nelle operazione offensive in preparazione nel sud dell’Afghanistan. Al contrario, aumenterà da subito i fondi per la cooperazione, come segnale di una futura riconversione dell’intera missione. Il rifinanziamento della missione sarà accompagnato, per la prima volta, da una mozione di indirizzo che dovrà dare per intero e senza ambiguità il senso di una svolta nella politica estera del nostro paese. La costituzione di un osservatorio permanente sulla situazione afgana, infine, costituisce il prologo necessario all’avvio di una exit strategy, da costruirsi con pazienza e senza forzature inevitabilmente controproducenti. E dovrà essere compito dei nostri gruppi parlamentari rendere quanto più efficace e incisivo possibile il ruolo di quell’osservatorio.

E’ una strategia improntata alla riduzione del danno e alla progressiva modifica della politica estera italiana alla quale si sono dimostrati sensibili ampi spezzoni del movimento pacifista, mentre altre realtà hanno, del tutto legittimamente, sottolineato invece i limiti di un risultato che non soddisfa in pieno né il movimento pacifista né il Prc. Continuiamo a discuterne.

*Presidente al Senato del gruppo Prc


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