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Ecco il paese che non è fatto solo da Pil e reddito
di Rachele Masci (da Liberazione)

Una diversa idea di sviluppo. Per il quarto anno consecutivo la campagna Sbilanciamoci! presenta il rapporto «Come si vive in Italia?», restituendo una fotografia della qualità della vita nelle regioni italiane ben diversa da quella classica, in bianco e nero, basata su fattori esclusivamente economici e quantitativi.

Il dominio del Pil, ovvero la convinzione diffusa che a un maggior reddito procapite corrisponda una migliore qualità della vita, gode ancora di buona salute nell’opinione pubblica italiana. «Ma ci sono cose che gli indicatori economici classici non dicono e che rappresentano dimensioni fondamentali dello sviluppo: lo stato dell’ambiente, la giustizia economica, il welfare, la promozione dei diritti, delle pari opportunità e della partecipazione», spiega Giulio Marcon della campagna. Di questi fattori tiene conto, invece, il rapporto 2006 e lo fa sulla base dell’elaborazione del «Quars», ovvero un indice alternativo che misura la qualità regionale dello sviluppo.

La ricerca è stata condotta utilizzando oltre quaranta indicatori suddivisi in sette macro categorie: ambiente, economia, diritti, salute, istruzione, pari opportunità e partecipazione che concorrono a formare la classifica finale delle regioni. Il risultato è che l’elenco delle regioni che stanno bene - almeno «meglio» - si discosta non poco da quello tradizionale. La Lombardia è uno tra i casi più emblematici: dal primo posto della classifica del reddito pro capite scivola fino al decimo posto in quella di Sbilanciamoci e all’ultimo posto per qualità dell’ambiente.

Cosa significa? Vuol dire che la pressione dell’attività umana sul territorio lombardo - emissione di anidride carbonica, agricoltura intensiva, urbanizzazione del suolo - ha raggiunto livelli allarmanti e non è controbilanciata da efficaci politiche ambientali. Al contrario Umbria, Toscana e Marche che si trovano a metà classifica per Pil pro capite occupano le prime posizioni per qualità dello sviluppo. «Insomma con maggiori risorse si può anche scegliere di cementificare l’ambiente, di fare altre autostrade, mentre con meno risorse si può puntare alle pari opportunità e alla partecipazione», sottolinea Elisabetta Segre, una tra i curatori del rapporto. In Toscana, in linea con le regioni del centro, ad esempio, i consultori familiari superano la soglia minima fissata per legge (1,5 per 20 mila abitanti) e la regione registra alti tassi di partecipazione alla società civile e alla vita democratica (l’affluenza alle urne del 9-10 aprile 2006 è stata di oltre l’87% degli aventi diritto).

Macroindicatori interessanti sono l’economia e il lavoro che sottolineano la marcata differenza tra il nord e il sud del paese. Si tiene conto del precariato, della disoccupazione, delle disuguaglianze e della povertà relativa. Risultato: le regioni del sud - Molise, Campania, Sicilia e Calabria - sono fortemente penalizzate dal lavoro sommerso.

Tra queste regioni troviamo anche il Lazio che fa molto peggio della media, è al quattordicesimo posto della classifica generale e registra il dato peggiore d’Italia relativamente alla disuguaglianza nella distribuzione (mentre è al quinto posto per il Pil). Per quanto riguarda i diritti e la cittadinanza ai primi posti si trovano le piccole regioni, in particolare Trentino Alto Adige e Val d’Aosta, dove è più facile combattere le situazioni di esclusione. Il Lazio registra ancora un brutto quart’ultimo posto e recupera soltanto per l’istruzione e la cultura, in cui fa meglio solo l’Emilia Romagna. Ultima, per la cultura, è la Basilicata che si distingue unicamente per un impatto ambientale ben al di sotto della media dovuto più a una struttura poco sviluppata che a una buona policy. La regione che presta maggiore attenzione alla salute è il Friuli Venezia Giulia, assieme all’Emilia Romagna e al Veneto. La regione in testa alla classifica di Sbilanciamoci è il Trentino Alto Adige, quella più in basso la Campania.

Come scrive Serge Latouche: «Osservare il mondo in termini di soglia di povertà e di reddito equivale a farlo attraverso lenti opache, che fanno scomparire la ricca varietà dei colori volgendo tutte le differenze in ombre dello stesso colore». Non è più possibile calcolare il benessere del paese prendendo in considerazione esclusivamente il Pil come indicatore di base dello standard di vita e del benessere. Gli indicatori alternativi sono strumenti reali a disposizione delle amministrazioni locali per guidarle nelle loro scelte.


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