Il Pablo Rosso
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Helsinki, il seminario del Gue rilancia la sfida delle forze alternative scandinave

La sinistra radicale alla (ri)conquista del “Grande Nord”
di Roberto Musacchio (da Liberazione)

Quando passiamo davanti al Parlamento Finlandese a Helsinki la compagna del partito dell'Alleanza di Sinistra che ci fa da chaperon, ci dice che tutti i cittadini possono entrare per prendere un caffè al bar dei deputati.
La trasparenza è una delle caratteristiche delle democrazie nordiche. Ma come stanno in questa realtà, in questo momento, le sinistre? Le giornate di studio realizzate dal Gue, il Gruppo Parlamentare della Sinistra Unitaria Europea, Sinistra Verde Nordica sono un’occasione di incontro e di conoscenza preziosa. L’Europa è molte cose insieme e il grande Nord ne è un’articolazione a volte un pò dimenticata, ma assai significativa per storia politica e geopolitica. E così l’appuntamento seminariale delle sinistre radicali di Finlandia, Svezia, Danimarca, Norvegia e Islanda offre un excursus rapido ma intenso. Tutti provengono dall’incontro tra i vecchi partiti comunisti e nuovi movimenti ambientalisti e femministi e scissioni socialiste. Sono euroscettici. Hanno un “problema” di relazione con socialdemocrazie storicamente forti. Si misurano con la crisi dello stato sociale, lo sviluppo di tendenze xenofobe, la necessità di un’alternativa. Sono alle prese con il problema del governo. Hanno un rapporto fondante con i movimenti.

Racconta Aulis Ruuth, dirigente di primo piano dell’Alleanza di sinistra finlandese che si voterà a febbraio, proprio quando il partito celebrerà il proprio cinquantesimo anniversario. L’obiettivo è superare il 10%. La situazione finlandese è la più “stabile”, con un continuo testa a testa tra socialdemocratici e centristri. Ma sotto la stabilità, la società è corrosa dalla precarizzazione del lavoro. Cresce la povertà (600mila poveri, di cui 100mila bambini) e la disoccupazione di lungo periodo. E ciò si riflette sulla redistribuzione affidata al fisco, con tagli che colpiscono il welfare e gli enti locali.

Al governo, racconta Eva Svensson, deputata europea, si era candidato il Partito di sinistra svedese, dopo aver appoggiato dall’esterno l’esecutivo socialdemocratico. Ma le elezioni sono andate male e le destre hanno vinto dopo 12 anni. Crescono anche le estreme destre che pescano nei ceti popolari delusi e entrano in 144 municipi, pur restando sotto la soglia nazionale (3% invece del 4%).

Al governo è invece andato per la prima volta il Partito di sinistra socialista norvegese. Lo racconta il giovanissimo vice presidente Lysbakken. Stanno con i laburisti. Nel 2001 avevano vinto le destre con un crollo dei socialdemocratici, a fronte di un ottimo risultato del Partito di sinistra (12%). Nel settembre 2005, la rivincita. Risalgono i socialdemocratici. Si ridimensiona un pò la sinistra. La scelta del governo è stata complicata ma necessaria di fronte alla crescita delle forze reazionarie. Lysbakken afferma che il programma di governo non è il socialismo, ma è il più avanzato d’Europa. Sono usciti dall’Iraq (e in Afghanistan sono fuori dal Sud). Parlano di fisco progressivo, stato sociale (5 settimane in più di congedo di maternità, ma per i padri). Si ripubblicizzano settori i servizi. La questione governo, dice, non è ideologica, ma concreta: può servire? In Norvegia sta servendo e il partito torna a crescere.

Miil Frahn, del Partito socialista popolare danese racconta una situazione più difficile, per le vittorie delle destre e la divisione a sinistra. I socialdemocratici sono molto moderati e tentati da grandi coalizioni. C’è una forza liberal-radicale ambigua. La vicenda Iraq, prima ignorata, ora comincia a pesare. Come pesa la crisi del welfare che spinge a dover scegliere tra suo smantellamento più o meno temperato e il suo rilancio. Questo rende potenzialmente grande lo spazio per le sinistre alternative, anche a fronte delle difficoltà del riformismo moderato che pure qui rimane ancorato alla socialdemocrazia.

Naturalmente c’è la grande questione dell’euroscetticismo. Totale in Magnusson, dirigente della Lista Rosso Verde Islandese, che è tutta fondata sulla identità ambientalista e dei beni comuni (e del femminismo), in chiave di sovranità isolana. Ma le culture di queste sinistre sono di per sé cosmopolitiche e non nazionaliste (pace, diritti, altro sviluppo, cooperazione e sud del mondo). E ciò rende possibile almeno ragionare sull’Europa come luogo di possibile alternativa al modello liberista. D’altronde anche altre discussioni sono necessarie. Penso a quella sul femminismo che spesso a Nord assume percorsi diversi dal nostro su temi cruciali (dalle staminali alla fecondazione assistita, alla prostituzione) con posizioni di "integrità del corpo" che portano a scelte assai distanti dalle nostre. Ma ci unisce un grande affidamento al movimento, che ci accomuna, con un a critica di fondo del potere che non è poca cosa dopo la storia del Novecento.


SINISTRA EUROPEA