Il Pablo Rosso
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E in Svezia persero i socialdemocratici
di Ivan Bonfanti (da Liberazione)

Sconfitto di misura il premier Persson. Nel paese del welfare i conservatori tornano al governo dopo dodici anni.
Crolla la Sap, male anche per la sinistra del Vansterpartiet. Ma stavolta non è la “reaganomics” a sedurre Stoccolma


Una cosa è certa, in questo autunno di sorprese svedesi in cui a Stoccolma fa quasi caldo e nell’isola dove sta appollaiato il Riksdag, il Parlamento, i socialdemocratici ultimano i preparativi per traslocare all’opposizione. Nella manciata di voti che domenica ha fatto la differenza, interrompendo dopo dodici anni l’idillio tra la ridente Svezia e il partito cha la governa quasi senza soste dal 1932, non c’è il mandato per un cambiamento radicale.
Difficile infatti, almeno a leggere il programma con cui un ex sconosciuto signore di 41 anni, l’economista Frederik Reinfeldt, ha sconfitto un partito che a certe latitudini è praticamente un’istituzione, trovare una ragione più delle altre, isolare la causa di una sconfitta che insieme al Sap di Goran Persson suona come una sberla alla sinistra tutta. Male è andata alla Sinistra Europea locale, il Vansterpartiet, che passa dall’8, 4% delle scorse legislative ad un doloroso 5,8; 22 seggi appena come pedaggio alle divisioni e alla velenosa fuoriuscita della carismatica ex segretaria, Gudrun Schyman. Malissimo è andata a quest’ultima e alle altre promotrici del neonato Iniziativa femminista, che con un misero 1 per cento non sfiora neppure lo sbarramento minimo del 4%. E non si consolano neppure i Verdi, la cui leggera crescita (dal 4,6 al 5,2) non è andata certo a raccogliere il potenziale vuoto aperto dal poderoso calo (5 e passa per cento) del partito Socialdemocratico.

Al contrario di quanto accadde nel 1991, quando la Svezia venne percorsa per una breve stagione dal vento della reaganomic (pur nella presentabilissima versione incarnata dall’occhialuto economista che aveva fatto il mediatore in Bosnia, Carl Bildt), stavolta non si tratta però del torpore, infrazionato ai tempi come spiegazione della breve interruzione (3 anni scarsi) dello strapotere Sap. La vittoria dei moderaten non è infatti ascrivibile a ragioni tutte interne alla sinistra, né è il solo frutto della distrazione di un Paese apparentemente modello, alle prese con un boom senza eguali in Europa. Tassi di crescita da tigre asiatica, bilancio sano, disoccupazione poco al di sopra della soglia fisiologica, export in rialzo costante da dieci anni e - soprattutto - non solo aggrappato al treno della coppia Fornitures & Mobiles, i due giganti Ikea ed Eriksson.

E tuttavia, si diceva, a Stoccolma non c’è aria di smobilitazione. Il modello scandinavo è stato ampiamente discusso nel dibattito elettorale, ma non è in discussione nel suo insieme; anzi. Il paradosso è che la destra, storicamente divisa in quattro partiti eppure riunita nell’Alleanza dove la parte del leone la fa il partito Moderato di Reinfeldt (poi i Liberali Popolari, i Cristiano Democratici e il partito di Centro), ha vinto ribaltando sostanzialmente gli slogan di Carl Bildt, l’ultimo che aveva fatto il colpaccio. Reinfeldt non propone la privatizzazione di mezzo Stato, non si sgola più sostenendo che le tasse frenerebbero lo sviluppo, non mette in discussione il welfare e il modello scandinavo alle radici come faceva il contabile dei master a Oxford.

Il 41enne che solo tre anni fa ha preso la guida del partito Moderato e che a partire da domani sarà premier ha invece proposto solo alcune modifiche. Ha ventilato un leggero abbassamento della quota statale nella grande imprenditoria (pari a una media del 60 e passa per cento, altro che golden share), ha fatto leva solo sui “buchi neri” del sistema di sussidi più sentiti dalla maggioranza del Paese. Sostenendo che la voluminosa indennità di disoccupazione finisce per indurre anche qualcuno a restarsene a casa, Reinfeldt ha proposto di ridurla, ma «leggermente» e «solo per quanto riguarda i sussidi di lunga durata». Stesso aggettivo, «leggero», nel proposito di abbassare la pressione fiscale. Mentre il grande tema della campagna elettorale, la disoccupazione leggermente aumentata poco al di sopra del 5%, ha unito sì la Sinistra Europea del Vansterpartiet, ma pure i moderati che ne hanno fatto uno slogan che ha punzecchiato non poco Persson e la Sap.

Così, è tra le piaghe di questi anni che va cercata la ragione di un cambio di governo che pure influirà, negli equilibri delle istituzioni europee prima di tutto. Persson ha scontato anche alcuni errori che nell’ultimo mandato lo avevano reso piccato, teso nei rapporti con la stampa che al meglio ne stigmatizzava l’inguaribile «arroganza». Brutta figura fece il premier in occasione del terribile tsunami del Sud Est asiatico del dicembre 2004, un onda che portò in Svezia quasi 600 morti e oltre mille feriti, tragedia che tuttavia Persson non colse subito traccheggiando prima di organizzare soccorsi e spedire uno straccio di aereo a rimpatriare le migliaia di connazionali bloccati e sotto shock.

Forse però il momento più pesante, emblematico di un rapporto che si stava corrodendo, è stato nel 2003, quando Persson si schierò a favore del referendum che proponeva l’entrata nell’euro. Fu sconfitto non solo dal timore degli svedesi di perdere la stabilissima e lucrosa corona, la valuta locale. Fu sconfitto da sinistra e da destra; dall’idea che l’Europa delle banche e dell’area dell’euro potesse significare, un domani, dover rinunciare all’unicità che fa di questo Paese uno dei più civili al mondo. Discutibile, per carità: sia nel suo modello di integrazione che esplicitamente si propone di «scandinavizzare» qualunque nuovo arrivo come nei temi di ambiente e animali, sentitissimi rispetto al resto del mondo ma poi conditi da una manciata di centrali nucleari oppure da un registro dei cacciatori che nell’Unione è il più voluminoso (in media, naturalmente). Discutibile quanto si vuole, però sempre da leccarsi i baffi.

Dunque domani si volta pagina, ma in fondo non troppo. Per l’elegante Stoccolma la vita proseguirà coi suoi conigli nelle strade, la foresta che arriva praticamente dentro la città, il mare magnifico del fiordo che sei mesi l’anno diventa una pista di pattini con cui volendo (e rischiando) si va a scuola. Per la sinistra però non basterà pensare che si aperto un buco nel ghiaccio, che ad inghiottire Persson sia stata solo la noia e una sagoma che era diventata troppo e sguaiatamente insopportabile. Nel Vansterpartier, soprattutto, non basterà; anche se la spinta della sconfitta socialdemocratica potrebbe a medio termine tramutarsi persino in un moto virtuoso. Ora, con un inverno alle porte che rischia di durare un bel pezzo, il tempo «per ripartire alla costruzione di una sinistra radicale e ambiantalista», come dicevano ieri da quartier generale di Vp, non manca di certo.

A contare d’ora in poi saranno comunque i conservatori, ma per capire quali occorre stabilire quanto i moderati abbiano detto oppure omesso. Se andranno a solleticare i temi caldi della politica estera, che cosa intendano davvero per taglio alle tasse, se richieranno o meno uno scontro coi forti sindacati, se torneranno alla carica col tema dell’euro che (saggiamente) hanno quasi omesso dalla loro campagna elettorale pur essendone da sempre sostenitori.


SINISTRA EUROPEA