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Perché appoggiamo l'esperimento bolivariano

E' in corso l'ennesimo tentativo di rovesciare un'esperienza politica che si è legittimata attraverso sette passaggi elettorali consecutivi dal 1998

Chiunque di noi abitasse a Caracas, aprendo i giornali o guardando la televisione non troverebbe in prima pagina i casi più disparati di cronaca nera, i battibecchi tra esponenti di governo o avventurose statistiche sulle migrazioni vacanziere, temi tanto cari ai nostri media di questi tempi. Troveremmo, piuttosto, l'ennesima forsennata aggressione al presidente legittimo di quel paese, Hugo Chavez Frias. Già, perché la cosiddetta opposizione, che in Venezuela si è distinta per l'organizzazione di un colpo di stato e per una serrata devastante durata vari mesi e che controlla la quasi totalità dei media, si appresta a tentare l'assalto alla presidenza di Chavez il 15 di agosto, attraverso un referendum revocatorio del mandato del presidente.

Si tratta dell'ennesimo tentativo di rovesciare un'esperienza politica che si è legittimata attraverso sette passaggi elettorali consecutivi dal 1998 e che, in prima battuta, tenterà di vincere ricorrendo proprio ad una norma introdotta dalla nuova Costituzione bolivariana, proposta e approvata durante il mandato di Chavez. Si tratta di una possibilità, che la dice lunga sulla presunta chiusura del governo venezuelano, estesa a tutte le cariche pubbliche elettive più importanti, che comporta, a metà mandato, una possibile revoca sulla base di una espressione popolare referendaria. Tutto normale, dunque. Oppure no?

In effetti il referendum di Ferragosto ha rappresentato, fin dalla sua iniziale apparizione sulla scena politica, una vera e propria continuazione della tensione che, almeno dal primo colpo di stato fallito nell'aprile del 2002, si è prodotta da parte dei settori più reazionari della società venezuelana, con il largo appoggio dei poteri forti mondiali. Nessuno, infatti, tra coloro i quali hanno per decenni sfruttato le risorse ed il popolo venezuelano può sopportare un governo che abbia come priorità la difesa della principale ricchezza nazionale (quel petrolio che Chavez non ha voluto svendere alle multinazionali statunitensi), un programma sociale di progressiva integrazione economica dei settori più emarginati della società e un programma di partecipazione democratica, fatto di una nuova idea della politica e di continui avanzamenti nei settori della formazione e dell'accesso ai propri diritti democratici. Né i potenti del pianeta potevano sopportare la centralità dell'esperienza venezuelana, sia nel subcontinente latinoamericano che nel decisivo agone dell'Opec (l'organizzazione dei paesi produttori di petrolio, n. d. r.). Né potevano tollerare la stretta collaborazione con Cuba e i recenti accordi regionali con l'Argentina, per meglio contrastare l'arroganza dell'Area di libero commercio delle Americhe. Né, ovviamente, la strenua opposizione alla guerra globale.

Eppure le strategie destabilizzanti hanno sempre trovato una resistenza immensa in quelle parti della società che, fino a prima di Chavez, non risultavano neppure censite e quindi estranee completamente alla determinazione degli assetti di governo. Il popolo contro le oligarchie, questa è la sintesi del conflitto venezuelano e Chavez, in questi anni, ha incarnato, anche fisicamente, le aspirazioni degli ultimi.

Questo referendum è anomalo, fin dalla contestata raccolta delle firme necessarie (moltissime palesemente false!), prima invalidate e poi riammesse dalle istanze superiori, controllate non a caso dagli anti-chavisti. Ma lo è anche nel suo concreto svolgersi. La norma che richiede un voto in più di quanti ottenuti dal presidente al momento della sua elezione per ottenere la revoca non è univocamente interpretabile.

Saranno giorni tesi, prima durante e dopo il referendum. Per ora l'opposizione è piuttosto avara di proclami, ma lo stesso Chavez segnala una possibile escalation di violenza: per utilizzare la consultazione solo come pretesto per ritentare la strada del golpe violento.

Ecco perché nel corso di quei difficili giorni ci saranno migliaia di osservatori internazionali e speriamo, almeno, che non troppi siano agenti dei servizi pronti a dare una mano ai golpisti. Anche Rifondazione comunista ci sarà, con una nutrita delegazione di dirigenti politici e di parlamentari. Cercheremo di guardare come si difende una giovane e straordinaria esperienza di democrazia.

Lì saremo testimoni, ma se davvero fossimo per almeno un giorno venezuelani andremmo fin dentro le cabine elettorali per scriverlo su quelle schede del referendum, così come hanno già fatto in tanti da tutto il mondo, che Chavez e la sua esperienza straordinaria non possono essere "revocati".

Gennaro Migliore

Liberazione. 1 Agosto 2004


INTERNAZIONALE